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Archive for the ‘World and Funky Business’ Category

"The web 2.0 suicide machine”: suicidio sui social network in modo rapido e indolore.

08 gen

Basta un click e “The web 2.0 suicide machine” consente agli utenti del mondo web 2.0 di “suicidare” la propria identità online, di uscire una volta per tutte dai social network e dire addio al mondo web 2.0.
Stando a quanto asserito dai gestori del sito www.suicidemachine.org gli aspiranti suicidi virtuali possono “eliminare tutti falsi amici virtuali” – e “farla finita con il loro alterego Web 2.0″. Il servizio funziona attualmente con Facebook, Myspace, Twitter e LinkedIn e in 52 minuti riesce a fare automaticamente ciò che manualmente richiederebbe oltre nove ore.
L’unico problema, decisamente non trascurabile, riguarda il fatto che per effettuare questo “suicidio assistito” occorre fornire al gestore della suicide machine i dati che permettono l’accesso ai vari social network; in sostanza, nulla garantisce che il profilo non venga copiato prima di essere distrutto, oppure che venga semplicemente spostato su pagine irraggiungibili dal titolare in attesa di futuri utilizzi illeciti.
La risposta del mondo web 2.0 non si è fatta attendere, e Facebook da qualche giorno ha bloccato l’accesso da www.suicidemachine.org. In pratica, non è più possibile “suicidare” il proprio account attraverso questo sito.
Un rappresentante di Facebook ha dichiarato: “Facebook permette a chi non vuole più utilizzare il sito di disattivare il proprio account, oppure di cancellarlo completamente. La Web 2.0 Suicide Machine invece raccoglie le credenziali di accesso dell’utente e questo costituisce una violazione della nostra policy, pertanto l’abbiamo bloccata.”
I gestori della ‘macchina per il suicidio virtuale’ hanno risposto lanciando una petizione per chiedere l’esclusione del suo indirizzo Internet dai siti banditi.

Articolo disponibile su InternetMarketingExperience

 
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Rinascimento 2.0 – Marketing con un anima

19 nov

Il Rinascimento 2.0 è cominciato! Ecco un esempio….

Nel cielo grigio e cupo di oggi un raggio di sole Rinascimentale arriva da Luca Carra, Direttore Marketing di Erreà SpA di San Polo di Torrile (PR).

Ho incontrato Luca lo scorso agosto. Essendo Erreà sponsor tecnico del Parma Calcio, avevo avuto modo di raccontare una visita al loro stabilimento di San Polo di Torrile dal punto di vista dei tifosi di parmafans.it. Già questo era un bellissimo esempio di un azienda che apriva un canale esclusivo di dialogo e confronto con  propri utenti; quale modo migliore di fidelizzarli che andare nei luoghi dove dialogano ed estendere un invito per incontrarsi? Infatti da li abbiamo iniziato a dialogare.

ErreàUnendo l’utile al dilettevole, in questi giorni, insieme agli altri consulenti LEN STRATEGY stiamo ora portando avanti una serie di incontri sull’utilizzo di Social Media e tecniche di promozione online, visto l’imminente apertura del loro nuovo sito di e-commerce, previsto per l’inizio di Gennaio 2010.

Etica AnticrisiE’ proprio in preparazione di uno di questi incontri che, con una ricerca in Google, mi sono imbattuto in un articolo scritto da Luca (Non è stato lui a segnalarlo, me l’ha fornito Google…). ”Il Respiro Spirituale dell’Etica” è contenuto nel Volume Etica Anticrisi del Centro Studi Banca Europa, insieme ad articoli di personaggi come Letta, Chiamparino, Formigoni, Galan, Giannone, Brunetta e Travaglio tra gli altri. Il link diretto all’articolo non sembra funzionare più, che peccato (spero sia un problema temporaneo).

Ma al di là della giustificata soddisfazione nel vedere idee e valori che condivido inserite in un contesto tanto prestigioso, il vostro Geometra si vuol limitare a ragionare sulle parole di Luca.

Luca parla della esperienza Erreà, dei valori con cui si contrappone ad un mercato iper-competitivo e spesso irriguardoso di canoni etici, utilizzando termini come “qualità, coraggio, orgoglio, contro-corrente” e lo fa con onestà, trasparenza e decisione (quasi rabbia). Racconta non per vendere un brand, un bene od un servizio, ma per condividere un’esperienza vera, fatta di battaglie con concorrenti senza scrupoli focalizzati solo sul profitto, anche a discapito sella salute dei clienti (c’è chi usa materiali tossici). Parla quindi di leadership morale, responsabilità ed etica come valori a cui aggrapparsi testardamente, da vivere come opportunità ad ogni costo. I risultati gli stanno dando ragione.

Luca non ha bisogno dei nostri complimenti, e non è questo il senso del mio articolo. Vorrei solo sottolineare che tramite i Social Media le aziende hanno ora la possibilità di dialogare e trasmettere i propri valori fondanti in modo diretto con i propri clienti. Il dialogo è un opportunità da cogliere. E’ anche vero che non tutti hanno le carte in regola per farlo, solo se imprenditori e manager si mettono su un livello di trasparenza e combinano parole a fatti, mettendoci la faccia e raccontando le proprie storie come ha fatto Luca, risulteranno credibili. Luca è credibile perchè le sue parole sono supportate dai fatti (basta vedere le certificazioni sanitarie a cui Erreà sottopone i propri materiali). L’era delle mission aziendali sono finite, oggi fatti e parole vanno di pari passo, e ciò che raccontiamo diventa trasparente e verificabile. Molti lo vedono come un rischio, altri come Erreà sono pronti a metterci la faccia e questa è vera leadership morale che spero si divulghi viralmente agli altri. Noi facciamo la nostra parte dando lo spazio che merita.

Auguriamo a loro le migliori fortune!

Articolo disponibile anche su Arrotino del Net

 
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Modalità di Creazione e consumo di notizie online – Part 1

07 set

online-newsPrendendo spunto da un vecchio articolo di David Tewksbury and Jason Rittenberg “Online News creation and consumption – Implication fo Modern democracies” (disponibile qui)

Sono passati anni dalla loro analisi ma sono ancora concetti alquanto pertinenti ed attuali. Proviamo ad analizzare il modo in cui cittadini di Democrazie Moderne utilizzano oggi Internet per accedere ad informazioni. Il loro articolo, da un punto di vista sociologico si concentra su notizie di carattere politico. Ci sono informazioni interessanti che elaboreremo più avanti, quindi pazientate e gustatevelo (spero).

Premessa:

Fondamentalmente online news sono un elemento popolare ed utilizzato da utenti internet. In gran parte i contenuti replicano articoli e fonti già presenti nelle versioni cartacee (che mantengono il controllo). Sembrerebbe infatti che internet, almeno per contenuti di politica,  sia ancora utilizzato come canale alternativo piuttosto che come veicolo unico ed esclusivo per dar voce ad opinioni al di fuori del “mucchio” (come blog per esempio), anche se le cose stanno gradualmente cambiando.

In questi anni internet è stato uno strumento altamente utilizzato da editori di tutto il mondo, ma non come scelta vera, piuttosto come nuova risorsa per affrontare problemi evidenti:

1) il costante declino dei “paper print” tradizionali e l’incremento sostanziale di altre forme di divulgazione news e promozione (Internet ma anche cable tv e talk radio per esempio)

2) il sostanziale declino di introiti pubblicitari nel campo editoriale. Internet rappresentava quindi una soluzione immediata (a basso costo) per recuperare online advertising vitale.

Una scelta forzata quindi, più che una scelta vera e propria.

L’utilizzo di internet si è ben radicato negli ultimi 15 anni, ma sembra aver avuto un sostanziale balzo in avanti il 12 Settembre 2001, a seguito dei ben noti fatti delle torri gemelle. E’ da quel giorno (il più clamoroso incremento del numero di nuovi “first time” utenti collegati) che internet inizia ad esser percepito come uno strumento rapido ed affidabile per accedere a informazioni (tante e variegate).

Percezione di internet:

La grande innovazione di Internet per “news content” è il trasferimento del controllo all’utente.

Per capire “perché e come si leggono notizie in internet” Sundar (1999) e Johnson/Kaye (2002) sono i primi ad analizzare il grado di percezione dello strumento per accedere a notizie, e concludono parlando di “alta credibilità” dello stesso rispetto a media tradizionali (anche se la maggioranza mantiene un approccio scettico definendo il massimo grado di gradimento come “somewhat credible” abbastanza credibile quindi).

I nuovi cardini forti di internet rispetto a media tradizionali sono la rapidità di aggiornamento, frequenza divulgativa oltre che a nuovi strumenti interattivi di partecipazione (raccomandazioni, commenti e discussioni pubblicabili erano impensabili in questi termini in passato).

Internet è quindi veloce e più credibile perché all’apparenza spontaneo e meno controllabile dall’alto.

Questa percezione è comunque suscettibile a due fattori: L’argomento trattato e simpatie politiche dell’utente. Per esempio, per la guerra in Iraq, oppositori considerano internet più credibile di chi era in favore. Ancora, oppositori di Bush sembrano fidarsi più di siti stranieri che americani. Questo dimostra come internet, almeno per argomenti politici, fatichi a distaccarsi dai criteri e profili di gradimento normalmente riscontrabili. Un ulteriore prova di come online non sia veramente una novità, ma semplicemente una estensione (evoluzione) di strumenti tradizionali.

Continua… in Part 2

 

Essere interattivi: do ut des 2.0 – Capitolo III

02 apr

“Sono responsabile di aver inquinato l’etere con dell’intrattenimento puerile e intorpidente. Inoltre, ho ucciso trentatrè esseri umani.”

Charles Hirish Barris, dal film “Confessioni di una mente pericolosa”

Un mezzo di comunicazione classico trasmette una sola informazione e non concede possibilità di replica al ricevente;confessioni-mente-pericolosa1 è, inoltre, monomediale, cioè utilizza uno o al massimo due codici per volta. La multimedialità, invece, lavora integrando più codici e, per questo, fornisce stimoli su diversi piani espressivi, iniziando quel lavoro di integrazione degli stessi che prima era l’utente a dover compiere. Dai casi mostrati nei due capitoli precedenti si comprende bene ciò che può rendere davvero competitivi i media: la possibilità di essere interattivi, attraverso l’interazione funzionale, intelligente, flessibile.

Il cliente non accetta più di essere tempestato di spot che suonano come ordini, imposizioni date dall’alto: questo lo rende solo uno spettatore distratto, nauseato e distaccato. Qualsiasi medium, anche il più tradizionale come un cartellone pubblicitario da 6 metri per 3, può interagire con il pubblico, coinvolgerlo, renderlo un entusiasta partecipante al “miracolo economico”.

Ma, quindi, di chi sono i marchi?

Dei consumatori!, è la sorprendente risposta che dà l’agenzia coBRANDit. L’idea è semplice: invitare i consumatori a raccontare, attraverso brevi documentari autoprodotti, la propria esperienza con un dato marchio. Sono, infatti, i consumatori quelli che meglio conoscono i prodotti e che ne possono definire i significati. Per ciò, l’azienda offre 50 dollari a chiunque invii un breve filmato domestico, in un progetto che potrebbe essere definito come pubblicità documentaristica open-source.

A mio parere, i marchi non sono esclusiva né dei consumatori, né delle imprese, ma sono l’unione di questi due elementi complementari dove il messaggio, per poter essere efficace, deve essere inscritto in un rapporto di scambio reciproco, biunivoco, Da ciò deriva il successo dei media e delle aziende che sanno reinventarsi, rispondendo ai cambiamenti della società con duttilità, senza rimanere rigidamente ancorati ai canali tradizionali di veicolazione dei messaggi, pubblicitari e non.

Presenta caratteri simili alla pubblicità documentaristica un fenomeno denominato citizen journalism, il giornalismo currenttv275x244 creato dai cittadini, di cui troviamo un ottimo esempio nel network statunitnse via cavo Current, voluto da Al Gore e sponsorizzato da Google. Si tratta di un giornalismo partecipato, molto lontano dalla televisione meramente sensazionalistica, al quale ognuno può contribuire con un proprio video autoprodotto. E’ la dimostrazione di come si possa creare utili documenti e fare tv anche con mezzi tecnologici limitati e senza iscrizione a Ordini o Albi di alcun tipo, che tendono ad escludere il comune cittadino dalla possibilità di fornire, in prima persona, informazione.

Grazie agli sforzi congiunti di MTV Italia e Telecom Italia Media Broadcasting, è nato Flux, un canale che ha iniziato a trasmettere in chiaro nell’aprile del 2006. A novembre dello stesso anno Flux digitalizza le sue frequenze e viene ribattezzaqoobto come QOOB, ma la caratteristica principale rimane invariata: chi decide il palinsesto sono gli spettatori. Il cardine del progetto è nel sito ufficiale, www.yoos.it, una community dov e qualsiasi utente può contribuire inviando musica, video, foto che verranno pubblicati sul sito. I più cliccati verranno poi messi in onda. In attesa dei video degli utenti, il canale trasmette videoclip di gruppi musicali alternativi, show surreali e cartoni animati giapponesi, il tutto senza la mediazione di alcun volto, senza conduttori o veejay. Non c’è da stupirsi, quindi, se l’inizio delle trasmissioni è stato inaugurato con il video di un bambolotto politicamente scorretto, il “Sammy Show”, che dichiarava:

Non mi piace la tv. Mi fanno schifo i presentatori. Se non ti piace Flux, allora vaffanculo.

Spregiudicato, diretto, essenziale: questa è la chiave.

Sono proprio la televisione e il cinema i due settori che possono giocare con più facilità con l’effetto sorpresa, data la sopranos2loro estrema diffusione. Basti, in proposito, ricordare la campagna di marketing per la serie I Sopranos: i taxi di New York circolavano con il bagagliaio semichiuso da cui penzolavano le vraccia di un (finto) cadavere. Per la serie Traffic, invece, vennero mandati in circolazione dollari veri con uno sticker che ne preannunciava la programmazione, poiché il telefilm prende le mosse proprio da un traffico di narcodollari.

Gli altri capitoli della Saga: La Strada come Medium

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo I

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo II

 

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo II

16 mar

II. Parola d’ordine: stupire!

 

“L’americano medio è esposto a 3000 messaggi di marketing ogni giorno. […] Due terzi dei consumatori si sentono <<costantemente bombardati>> da troppo marketing e pubblicità. […] Il mondo della pubblicità sta reagendo ad un madornale inconveniente, la divergenza tra i dollari e le pupille. Ciò affascina e spaventa perché tutto ciò che eravamo abituati a sapere e a fare non funzionerà più.”

Kevin Roberts (CEO Saatchi & Saatchi), The Economist, 2/2/2005

All’interno del marketing non convenzionale si riscontra un fenomeno che, a prima vista, pare diametralmente opposto a quello esposto nel precedente capitolo, ma che invece poggia sulle stesse basi. Si tratta della realizzazione di pubblicità o eventi atti a shockare il consumatore, grazie all’alta visibilità, all’originalità e alla risonanza mediatica. Ovviamente, questo strumento è accessibile solo per le grandi aziende, eppure è tutt’altro che impersonalenikeparkergiusto o di massa (nell’accezione peggiore del termine). Anzi, l’event marketing (pubblicità come evento) crea un rapporto particolare, a volte molto stretto, con il passante, cioè il potenziale consumatore, sempre con l’intenzione di stupirlo e quindi entrare di prepotenza nel suo inconscio.

Per festeggiare la vittoria del campionato NBA, ad opera dei San Antonio Spurs, la Nike decise di vestire la Statua della Libertà di Parigi con una copia esatta della maglia di Tony Parker, giocatore simbolo della squadra. L’operazione, però, non era stata autorizzata, e il conseguente intervento di pompieri e polizie durò ore sotto gli occhi divertiti della folla. La foto fece il giro del mondo… Con buona pace della Nike.

Non c’è bisogno di far entrare in causa simboli istituzionali e monumenti nazionali per colpire il ricevente col proprio messaggio: a volte basta la cosa più logica, ovvero una dimostrazione pratica della giustezza (o presunta tale) di ciò che l’azienda pensa o produce.

Ed è sempre la strada, il medium più quotidiano, il portatore di questi esempi. A Vancouver si sono registrati due casi di pubblicità estremamente efficaci e dai costi contenuti.

Il primo riguarda l’azienda 3M la quale, per dimostrare la robustezza del suo nuovo vetro antifurto, pose una sorta di cartellone pubblicitario trasparente, contenente 3000 banconote da un dollaro. Chiunque fosse riuscito a rompere il vetro 6a00d834539a3069e200e54f4916298834-800wiavrebbe potuto portar via i soldi, assolutamente indisturbato. Ma nessuno ci è riuscito!

 

Sempre nella cittadina canadese è apparso un cartellone della società di sicurezza Black Tower  ricoperto di oggetti facilmente accessibili ai passanti., Dopo poco meno di 48 ore erano stati sottratti abbastanza elementi da far comparire il messaggio: “People steal” (La gente ruba). Slogan chiarissimo, semplice, potremmo dire lapalissiano, ma reso forte dalla dimostrazione pratica, che porta tanti consumatori a fidarsi dell’azienda con una spesa minima.

 

Cosa fare, quindi, per far centro nella mente del pubblico? Sfruttare l’aspetto emozionale, ilblacktower linguaggio ironico, frizzante, capace di commuovere –nel senso originario del termine, commovere, ovvero indurre e provocare!

Così si veicolano efficacemente i valori dell’azienda, possibilmente attraverso un marketing diretto (o, meglio, one-to-one) e la comunicazione inaspettata, da svilupparsi negli spazi insoliti, inutilizzati, dove il singolo si aggrega ed è disponibile all’ascolto.

L’ambiente diventa il messaggio con cui veicolare e dare visibilità a un brand. Questo permette all’azienda di essere vicina, azzerando lo spazio che nelle normali campagne si estende nell’etere, il quale tende a “sparare” nel mucchio, e sviluppando al meglio l’effetto sorpresa.

Gli altri capitoli della Saga: La Strada come Medium

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo I

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo III

 

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo I

10 mar

Capitolo I: Dal macro al micro!

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“Guerrilla Marketing sfrutta il bisogno di novità dei mezzi di comunicazione e la permeabilità dei suoi meccanismi per promuovere idee, marchi o prodotti. Guerrilla Marketing programma ed inocula nel sistema media virus memetici in grado di auto replicarsi […] a vantaggio del successo di una singola impresa: la tua.”

Dal sito ufficiale del Guerrilla Marketing, www.guerrillamarketing.it

Ti avvicini allo sportello Bancomat per effettuare un prelievo. Stai per inserire la tessera quando il tuo sguardo è attirato da qualcosa: vicino alla fessura c’è un adesivo, posto da mano ignota, su cui campeggia la scritta Ti stanno spiando – Questa transazione è sotto controllo e, sotto, l’indirizzo di un sito Web.

Questo è stickering.

In un mondo dove i media tradizionali sono saturi di messaggi pubblicitari (investimenti per 400 miliardi di euro nel 2008), il consumatore è diventato esigente e sempre meno raggiungibile attraverso le vecchie strategie di marketing. Sebbene la maggior parte degli investimenti siano utilizzati per spot televisivi e inserzioni pubblicitarie sui giornali, la gente semplicemente non li guarda. Eccessivi bombardamenti di informazioni per un lasso di tempo troppo lungo, ed ora cogliere l’attenzione del singolo è divenuta un’azione sempre più complessa per i marketer. Pensare di comunicare in modo classico in un mercato così diverso al suo interno, che cresce sempre più e si evolve, è sicuramente inadeguato ad una società che muta in continuazione con estrema rapidità. Bisogna cercare di attrarre il target, ribaltando le strategie del fare comunicazione; non è più il prodotto che attrae il consumatore, ma viceversa.

Come è realizzabile ciò? Portando il brand a contatto con la gente.

Questo vale tanto per le grandi aziende transnazionali quanto per le piccole attività, ed è in quest’ottica che nasce il guerrilla (o street, o ninja) marketing, di cui il sopracitato stickering è un esempio. Presenta caratteristiche simili un fenomeno nato da un gruppo di artisti newyorkesi e che, a detta degli analisti americani, potrebbe fare proseliti anche tra le aziende più innovative. Si tratta del reverse shoplifting, cioè taccheggio al contrario. Quest’azione consiste nel riportare di nascosto sugli scaffali di un supermarket prodotti precedentemente acquistati, con una piccola aggiunta: al posto dell’etichetta originale viene incollato un adesivo con la pubblicità della propria attività, che gravita principalmente nel settore dell’arte, della comunicazione, della grafica e della fotografia.

Un adesivo è una soluzione semplice ed efficace. E’ di dimensioni estremamente ridotte rispetto agli antiestetici 6×3 che campeggiano ovunque, in particolare durante i periodi elettorali, ma non per questo si fa notare meno ai nostri occhi. Con una spesa minima rende possibile raggiungere il nostro target nella quotidianità, mentre cammina per strada, permettendo dunque la memorizzazione e riconoscibilità del marchio, anche se spesso non è chiara la sua collocazione merceologica.guerilla-marketing

Si può ricordare a questo proposito la campagna della marca d’abbigliamento A-Style, iniziata con l’affissione di sticker per le vie italiane e non. Gli adesivi rappresentavano solo il curioso simbolo dell’azienda, una A con due puntini (due figure umane in posizione –diciamo- tantrica…), di difficile decodificazione fino a che non è apparsa nei negozi questa linea di vestiti.

Essendo possibile attraverso questa tecnica l’ottenere visibilità intensiva e subliminale, è una strategia usata non solo da aziende underground e di nicchia, ma anche dal singolo utente, che vuol rendere pubblico un proprio sito, un’associazione, un partito, un’iniziativa… o anche solo una frase ad effetto. Parrebbe un ritorno alla micro pubblicità, quasi un richiamo delle figurine e delle cartoline che ci si scambiava tra Ottocento e Novecento, e non si è limitato al mondo reale, ma ha trovato un parallelo anche nella virtualità del Web.

Alex Tew, 21 anni, vive a Cricklade, una cittadina del Wiltshire, in Gran Bretagna, ed ha bisogno di soldi per frequentare l’Università. E’ un giovane creativo che vuole trovare un nuovo modo di fare pubblicità su Internet, poiché quella cartacea sta morendo e la programmazione televisiva è talmente satura di spot da essere divenuta sgradevole. Ha quindi l’idea di creare una pagina Web statica, dove a ogni inserzionista vengono garantiti almeno 5 anni di permanenza online del proprio messaggio. Dovendo mantenere la pagina fissa per un periodo così lungo e tenendo conto di quanto poteva costar4gli una simile operazione, Alex decide di far pagare un dollaro a pixel, con un modulo dal costo minimo di 100 dollari (10×10 pixel), venduto attraverso un sito di aste online.

L’idea è totalmente in contrasto con la pubblicità che siamo abituati a vedere navigando sul Web, con irritanti banner multicolore che tolgono spazio alla pagina, o gli altrettanto fastidiosi pop-up che si aprono quando meno ce lo aspettiamo. L’intuizione fu quindi rivoluzionaria, ma tra i milioni e milioni di pagine presenti online correva il rischio di cadere nel vuoto, se non che fu proprio la sua stranezza ad attrarre i giornali dandone un buon richiamo mediatico e, complice il basso costo fissato da Tew, ebbe un enorme successo. Oggi ogni pixel di www.milliondollarhomepage.com è stato venduto; il sito merita una visita per l’insolito spettacolo che offre, una pagina completamente coperta di mattoncini colorati, con simboli e scritte difficilmente comprensibili e, proprio per la loro difficile decodificabilità,, il visitatore è portato a cliccarvi sopra, magari a caso. Il sito riporta il case-history di una ditta di marketing che ha visto il proprio traffico Web (e di conseguenza le vendite) impennarsi grazie ad un quadratino 10×10. Il giovane studente inglese può affermare di essere ampiamente riuscito a pagarsi gli studi, avendo guadagnato ben più di un milione di dollari grazie alla sua inventiva!

Gli imitatori, ovviamente, arrivarono a frotte, limitandosi a copiare l’idea e creando raramente qualcosa di originale. Tra i casi più interessanti c’è The Mile Wall, un muro virtuale di affissioni elettroniche, che attualmente supera i tre metri. Siccome il pixel advertising concepisce la pagina Web come una parete da riempire di adesivi, perché non creare un muro virtuale dove inserire qualsiasi tipo di messaggio? Non solo pubblicità, quindi, ma anche dichiarazioni d’amore, motti, frasi etc. The Mile Wall dovrebbe aver fruttato al proprio ideatore più di mezzo milione di dollari.

E’ stata scritta una pagina della storia di Internet, che potrebbe ben presto dissolversi nel nulla, nel caso l’originalità andasse scemando e, con essa, l’interesse degli inserzionisti. E’ bene però soffermarsi sui motivi di tale indiscutibile successo: è stato determinato non solo dal battage mediatico creatosi attorno al primo caso, ma anche e soprattutto da due elementi chiave, cioè semplicità e costo contenuto, lo stesso binomio che ha permesso allo stickering di farsi strada (pur essendo, ricordiamolo, una pratica illegale in molte città).

E’ la micro pubblicità che non offende la vista, non richiede ingenti investimenti, non passa per grandi campagne di marketing, non bombarda il consumatore: anzi, il consumatore stesso può metterla in atto, ponendosi in primo piano (ricordate? Il consumatore come agente proattivo).

In ciò sta il radicale mutamento sociale, nel fatto che possiamo essere tanti micro-imprenditori di noi stessi.

Gli altri capitoli della Saga: La Strada come Medium

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo II

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo III


 

La valutazione del Merito – Un idea Funky!

03 mar

funkyrevlogo-cernieraIn quel tempo… il Geometra si rivolse alla folla funky e chiese:

…. Chi non ha vissuto sulla propria pelle episodi di nepotismo aziendale o paraculi raccomandati che ti passano davanti sul più bello alzi la mano!!!

Troppo facile eh?! Domanda troppo generica e banale, alla fine la risposta non può che essere soggettiva. Questo perchè nella stragrande maggioranza dei casi è semplicemente una questione di “percezione personale” non basata su dati oggettivi. Si parte infatti dalla convinzione (spesso non supportata da fatti) che noi, che siam stati scartati, eravamo meglio dei prescelti. La vanità è in fondo il peccato universale più diffuso al mondo.

Resta il fatto che, vuoi per la poca trasparenza nelle operazioni di selezione, vuoi per la scarsa preparazione di molti di coloro preposti a scegliere, vuoi per altri motivi, il dubbio che ci abbiano infinocchiato ingiustamente, troppo spesso resta.

La sensazione è che la soggettività regni sovrana, ed in queste condizioni è comprensibile che il clientelismo si insinui nel processo di scelta, mancando veri e propri “check & balances” (controlli e contappesi) e non essendo la produzione di risultati concreti un requisito fondamentale (molto più importante esser “automunito”!).

In Inglese c’è una parola importante: To be accountable o accountability! In Italiano non esiste una parola simile, ma il concetto si potrebbe esprimere con un giro di parole vorticoso del tipo “sei responsabile e verrai giudicato in base a ciò che fai, le scelte prese ed i risultati che ottieni, se sbagli ne pagherai le conseguenze“. Le parole italiane “responsabile o responsabilità” sembrano aver perso questa accezione, o sbaglio?

Strano che gli anglosassoni abbiano creato una parola per questo concetto, immediata, sferzante e senza compromessi. Ancora più interessante è il fatto che questa parola sia di uso comune, usata in politica come in relazioni personali per sottolineare il peso (non solo la gloria) di essere “responsabili”.

Quindi come biasimare questi manager e dirigenti che si abbandonano al clientelismo facendo piaceri a destra e manca; sono responsabili ed il ruolo implica “arbitrarietà nella gestione del proprio potere” ma nessuna vera “responsabilità“… Non li possiamo biasimare, non è colpa loro se manca l’Accountability in ciò che fanno. Forse però potremmo agevolarli:

Questo è importante, un prete funky non si ferma alla semplice constatazione o lamentela, lui è proattivo e si sforza di proporre alternative rivoluzionarie.

In fondo anche il clientelismo è una forma di baratto e come tale, se ben strutturato, può dare benefici.

Quello che manca è inserire nel pentolone della selezione dei dati oggettivi, insindacabili sul reale merito di un individuo. La soggettività non è un male diabolico, è cosa buona e giusta. Se come manager sono “accountable” delle mie scelte, la mia indipendenza di scelta e soggettività diventano le armi con cui produco risultati e salvo la scrivania. Un curriculum per quanto ricco non è sufficiente a supportare la scelta in modo oggettivo; per capirci, è troppo vago e non tiene in considerazione dinamiche fondamentali come “capacità di analisi, interazione con colleghi, empatia, flessibilità, creatività, ambizione e proattività“. Un esempio di innovazione in merito? Quando ho fatto il colloquio in Google (is your friend), oltre a test attitudinali e prove durissime su progetti concreti sono stato a colloquio con tutti i membri del team che avrebbero lavorato con il prescelto (12 persone!); ognuno aveva 20 minuti per chiedere ciò che voleva e la loro valutazione finale era fondamentale nella scelta del candidato. Ve lo immaginate? Pazzesco vero? D’altronde Google non è diventato uno dei posti più ambiti ove lavorare per niente. Tanta soggettività crea “oggettività“, in poche parole hanno trovato il modo per integrare alla selezione l’analisi del talento. La vostra ditta come integra la valutazione del talento? Col voto di maturità?

Qui non si tratta di cambiare le cose (almeno non nell’immediato), ma semplicemente di produrre alternative e lasciare all’etica e la serietà degli individui la possibilità di scelta. FunkyRev è un laboratorio, che prende spunti da esempi concreti, mette in pratica le idee migliori e vede l’effetto che fa. Perchè no? Questa è la domanda che ci spinge.

Eccoci quindi a ciò che proponiamo

Perchè non utilizzare la piattaforma www.funkyrev.com per fornire a professionisti affermati e non, universitari, neolaureati, gente che si vuole misurare e mettere alla prova, la possibilità di imparare, confrontarsi, misurarsi ma soprattutto essere valutati “oggettivamente” su progetti concreti?

Un esempio concreto: Nel Wiki e nel Forum inseriremo dei progetti su cui lavorare in collaborazione, ognuno darà il proprio contributo in base alla propria esperienza, cultura, area di appartenenza (non necessariamente la stessa del progetto in questione) ed al termine le persone che hanno collaborato, i committenti ed i semplici spettatori (che nel frattempo imparano qualcosa di nuovo) daranno delle valutazioni (con relative critiche costruttive per migliorare).

Una vetrina di valutazione del merito non agevolerebbe solo professionisti alla ricerca di opportunità e visibilità. Immaginatevi “Headhunters” che vanno a proporre ad un azienda un candidato; non sarebbero agevolati nel poter proporre una valutazione di merito (imparziale) allegata al loro CV? Pensate ad un manager d’azienda che deve giustificare il costo di una nuova “head” e la sua scelta ai propri capi, non ne sarebbe agevolato allo stesso modo? Semplice buon senso!

Social Media ci mette a disposizione innumerevoli strumenti gratuiti e semplici. Stiamo lavorando su algoritmi capaci di valutare l’effettiva partecipazione, efficienza, capacità creativa di un individuo e vorremmo offrire ai nostri manager impomatati anche questo dato oggettivo, dimostrabile ed insindacabile a fianco al nostro curriculum.

Vediamo l’effetto che fa?

 

Un mondo sempre più Funky?

13 feb

castelli_di_cartaChissà, forse viviamo in un mondo sempre più Funky!

E’ notizia di pochi giorni fa che Microsoft abbia toccato il brevetto numero 10.000! E – mi dicono – non è neppure l’azienda che registra più brevetti all’anno!

Noi di Funkyrev dovremmo essere felici d’ascoltare tali notizie, se è vero quel che dicono a Redmond che “il brevetto è testimonianza di innovazione”. Sarebbe bello poterlo credere. Significherebbe che si diffonde l’idea che la creatività e l’innovazione è il vero oro dell’era moderna (già lo dicevamo).

In realtà ho il fondato sospetto che il brevetto sia solo uno strumento puramente commerciale, un modo per mettere dei paletti intorno a “quello che è mio!“. :-(

Niente di più lontano da una visione collaborativa e opensource del mondo.

Immaginatevi allora questa rivoluzione: ognuno di noi, ogni giorno prima di colazione dovrebbe registrare online il brevetto per  4 o 5 idee funky, scenari futuri, modi di interagire, forme collaborative. Tutto quello che veramente avrà valore nei prossimi decenni! Ognuno di noi avrebbe il copyright sul proprio cervello. E subito dopo colazione, ognuno di noi dovrebbe prendere questi brevetti e metterli a disposizione dell’umanità! In barba a tutti i corporativismi!

Il mondo come un sistema linfatico globale per la creatività!

Quest’idea è di un geniale scrittore Charles Stross nel suo capolavoro: Accelerando.

Per dare la misura della grandezza dell’uomo sappiate che invece di comprare il libro potete farne il download gratuitamente qui!

 
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Customer Oriented Company: quella sconosciuta

11 feb

customer orientedFidatevi quando vi dico che: La grande industria italiana è PENALE oriented! :-)

In un mondo dove la concorrenza è trasversale, la ricerca del miglior prezzo non conosce confini e il consumatore risulta essere sempre più informato.
Un postulato fondamentale per un’azienda è porsi come “customer oriented”.

Molte aziende web, per loro natura, hanno già metabolizzato questo concetto:

se la vetrina è un sito, e l’acquisto è l’invio di una password quello che veramente distingue è la propensione ad ascoltare il cliente, recepirne le richieste, e fornire pronte risposte.

L’acquisto via intenet presuppone una forte fiducia nell’azienda da cui si compra. I motori di ricercano sniffano e confrontano i prezzi,  permettendo di sapere se è più conveniente acquistare una saponetta in Inghilterra invece che sotto casa. Ma il consumatore che ha fiducia in un’azienda è disposto a spendere anche qualcosa in più se sa di poter usufruire di un servizio altamente affidabile.

E’ quello che si chiama il mercato della reputazione.

Questo è vero soprattutto per tutte le aziende di servizi, i cui prodotti sono immateriali: banche, assicurazioni, telefonia, ecc.
L’imporsi negli ultimi anni della filosofia del web 2.0 ha ancor più spinto sull’accelleratore questi aspetti: non solo vogliamo avere dall’altra parte della linea telefonica una persona cordiale e preparata, ma anche sapere che l’azienda non è impermeabile ai nuovi trend e ai suggerimenti.

In definitiva per un’azienda, essere Web 2.0 significa essere “customer oriented”.

Essere customer oriented, o diventarlo, presuppone un certo sforzo per l’azienda. Occorre non solo avere nel proprio organico businessman col giusto imprinting, ma anche una struttura aziendale in grado di recepirla. Perchè questo avvenga è auspicabile una organizzazione snella, tendenzialmente orizzontale, cosa non facile da trovare nella nostra Italica patria. Spesso le grandi aziende demandano, terzializzano, facendo outsourcing; e questo crea degli squilibri – mancanza di un controllo effettivo.

Una metafora per intendersi: io ho un forno a legna e lo affitto. Tu fai delle pizze da vendere e mi paghi anticipatamente per poterle cuocere nel mio forno. Ad un certo punto il forno si spegne e i tuoi clienti si ritrovano con le pizze mal cotte. Tu, naturalmente, ti lamenti con me, ma io me ne frego perchè intanto i tuoi soldi li ho già presi. Inoltre non mi interessa più di tanto se mi fai pagare una penale perchè furbescamente io ho un medesimo accordo con il tipo che mi dà la legna: se manca il combustibile mi rivalgo su di lui.

Risultato è che la pizza fa schifo e il cliente non sa a chi rivolgersi!

Ora traslate il tutto sul mondo della telefonia mobile, e chiedetevi se una struttura del genere può in alcun modo essere orientata al cliente…

La prossima volta analizzeremo quali sono le caratteristiche minimale perchè un’azienda possa dirsi “customer oriented”

 
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Fuori i Mercanti dal Tempio Web 2.0! (I buoni propositi di Funkyrev)

05 feb

fuori-i-mercanti

Come sempre ci sono opinioni contrastanti sull’opportunità di creare un Network; sul perché innanzi tutto, ultimately su come farlo, cosa scrivere, cosa mostrare e cosa nascondere.

Se pensate che un Network sia semplicemente un mezzo per far soldi, questo non è il vostro Network! Fuori dal nostro Tempio!

Scusateci anticipatamente…

Noi siamo Geek, un po’ folli e molto spontanei, non certo di sole parole, per cui ci viene molto meglio farlo piuttosto che pensarci troppo… è un po’ quello che sta accadendo in questi primi giorni di attività: learn as you do it !

Ciononostante (erano anni che volevo usare questa parola), siamo consapevoli che ci sarà qualcuno che non vede l’ora di dirci quanto ci stiamo sbagliando, e noi lo aspettiamo al varco, pronti a pagargli una birra e/o a spaccargli la faccia, vedremo ;-)

Il Network dicevamo, è tutto facile, viene tutto bene a costruirlo quando sussiste una fede comune, un interesse primario, o delle donne svestite… si costruisce su quello, contenuto informativo e condivisione totale; aggiungi qualcuno che ci spende tempo e neuroni ed il gioco è più o meno fatto. Se hai la fortuna di ritrovarti in casa qualche fenomeno mediatico con talento e personalità (perlomeno virtuale), ti ritrovi contenuti, spunti geniali ed interazioni spettacolari che ti danno visibilità e fanno crescere.

Ecco il dilemma che affrontiamo, noi non abbiamo un unico interesse che ci accomuna (a parte le donne svestite…scusa Cecilia). Veniamo da esperienze e mondi diversi, abbiamo interessi non necessariamente convergenti. Ciò che ci differenzia è sicuramente più di ciò che ci accomuna, ma crediamo questa sia una risorsa, un valore aggiunto e la cosa ci intriga da matti.

Siamo curiosi; abbastanza sfacciati da metterci la faccia se serve (lo abbiamo fatto) anche solo “per vedere l’effetto che fa”. Ma qui vorremmo creare la nostra “stanza dei giochi” un posto dove abbandonare le armature quotidiane e metterci in gioco, poter dar sfogo alla nostra follia, namely il luogo dove veramente si nasconde il nostro talento.

La stanza dei giochi, dove tutto è possibile e dove, alla peggio, nutriamo ed accresciamo la nostra esperienza, con un sorriso sfacciato da condividere con altri come noi.

Nei prossimi giorni in queste pagine troverete delle sfide, dei case studies veri e reali, sui quali, se vorrete, potrete misurarvi insieme a noi.


END OF PART ONE (Non crederete mica che sia finita qui! correte a leggere la seconda parte)