Io ho conosciuto il valore del verbo “barattare” fin da quando ero bambina.
Come tutti i bimbi, soprattutto della mia generazione, soldi non ne maneggiavo e spesso l’unico modo per ottenere quello che desideravo era scambiare ciò che possedevo, per lo più giocattoli e figurine Panini, con le cose di proprietà delle mie amichette che mi interessava avere.
Un semplice e simpatico scambio di beni!
Divenuta adolescente, in cambio di veloci ripassi di storia prima dell’interrogazione o di qualche aiuto durante i compiti in classe di latino (il mio famoso occhio di lince!), permutavo alla compagna di classe compiacente lezioni di filosofia e di fisica, materie nelle quali ero particolarmente brava.
Un’onesto e proficuo scambio di servizi!
Questa collaborazione divenne nel tempo così continuativa da concretizzarsi in una sorta di partnership, attraverso la quale io e alcune mie compagne di classe condividevamo le conoscenze in cui primeggiavamo aiutandoci vicendevolmente con grande vantaggio per tutte, visto che ognuna di noi cercava nel proprio piccolo di offrire un “servizio” di qualità alle altre, migliorandolo di volta in volta.
Metodo di confronto stimolante e prodigo di risultati soddisfacenti, che ho adottato successivamente anche durante i miei studi universitari.
Io credo che barattare significhi, fondamentalmente, “condividere collaborando” e l’esempio che ho sopra riportato vuole proprio sottolineare questo.
Per fare ciò però occorre un elemento fondamentale, che deve sempre essere presente: la fiducia.
Scambiare un bene o un servizio richiede una valutazione doppia rispetto a quella del bene denaro, perché non sempre i beni o i servizi scambiati si equivalgono, perciò serve il rapporto di lungo periodo.
Ecco la fiducia.
Prendiamo un attimo la macchina del tempo e facciamo un bel balzo all’indietro nel tempo fino ad arrivare alle origini di questo fenomeno.
Come risaputo, la forma primigenia utilizzata dall’uomo per gli scambi commerciali fu proprio quella del baratto.
Tale sistema richiedeva un’abile capacità di negoziazione, unita alla non comune capacità di riuscire a valutare il rapporto di valore tra generi differenti.
La cosa risultava abbastanza semplice quando le parti interessate appartenevano alla stessa classe economica, più difficile invece quando i rapporti erano tra classi economiche differenti, spesso basati su intermediazioni a lunga distanza.
Con lo sviluppo del commercio, delle maggiori esigenze e dei maggiori spostamenti delle popolazioni, questo semplice strumento di scambio iniziò a risultare inadeguato e laborioso.
Infatti il baratto fu una modalità semplice ma anche soggetta a diverse problematiche, una delle quali era costituita dai vincoli di tempo e di spazio. Chi avesse voluto scambiare merci di tipologie assai diverse infatti avrebbe potuto farlo solo quando entrambe le merci fossero state disponibili nello stesso tempo e nello stesso luogo.
Ad esempio un baratto di arance contro grano, posti i diversi tempi stagionali di maturazione e dunque di reperibilità, era impossibile o quantomeno sconsigliabile.
Nel tempo, per ovviare a questi inconvenienti, si passò dal baratto diretto al baratto mediato attraverso l’uso di una terza merce di carattere guarentigio che potesse fungere da “valore-ponte”, che potesse consentire non solo di ampliare la possibilità di scambio oltre la contemporaneità di reperimento ma anche di effettuare scambi indiretti. Questa “merce terza” fu nel mondo occidentale ben presto individuata nell’oro.
I metalli preziosi e l’oro in particolare emersero storicamente come i beni monetari più efficienti e a più larga diffusione, fondamentalmente per una serie di caratteristiche favorevoli che lo scambio di semplici beni non poteva possedere: la divisibilità in unità molto piccole, la semplice trasportabilità, la possibilità di essere immagazzinato, la possibilità di scambiare una unità per un’altra equivalente e la stabilità della quantità totale nel tempo.
E così nel tempo, proprio per questi motivi, lo strumento fondamentale per gli scambi commerciali divenne il danaro, mezzo che poi è rimasto tale fino ai giorni nostri.
Ma torniamo alla realtà odierna, che poi è quella che a noi interessa.
Da qualche tempo a questa parte c’è, purtroppo, una parola che ci ronza continuamente nelle orecchie e che non ci fa dormire sonni tranquilli.
La parola crisi.
Stiamo infatti attraversando una delle più gravi crisi economiche a livello mondiale degli ultimi tempi e gli scenari paventati sono alquanto inquietanti, anche perché come tutti i fenomeni di lungo periodo sappiamo da dove siamo partiti ma non sappiamo dove andremo a finire.
La domanda a questo punto sorge spontanea:
E se in una situazione come questa si tornasse al baratto?
Se lo chiedeste alla Banca del Tempo, vi risponderebbero di sì.
La Banca del Tempo è un istituto di credito presso i cui sportelli non si deposita denaro e non si riscuotono interessi, ma la disponibilità a scambiare prestazioni con gli altri aderenti. Utilizzano il tempo come unità di misura degli scambi.
Ad ognuno degli aderenti viene intestato un regolare conto corrente-tempo e viene consegnato un libretto di assegni-tempo. Unico obbligo è il pareggio.
Partita quasi in sordina, ora la Banca del Tempo ha una capillare presenza su quasi tutto il territorio nazionale e moltissimi soci che si scambiano prestazioni.
Si tratta infatti di uno scambio di servizi, di prestazioni professionali.
Sul web invece, la prima forma storica di scambio commerciale, trova un numero crescente di estimatori nello scambio di beni.
Prendete ad esempio Zerorelativo.it, un sito Internet italiano che esiste dal dicembre 2006 e che ha come parola d’ordine “Io non ho bisogno di denaro“. Zerorelativo si definisce “la prima community italiana di baratto online” e offre a utenti registrati (gratuitamente) la possibilità di scambiare – al massimo di regalare, sono rigorosamente vietate le compravendite – un po’ di tutto. Scambiamoci.it invece esiste dal 2007 e propone una trentina di categorie di inserzioni, previa iscrizione gratuita al sito.
Suesu.it, online dall’estate 2007, si definisce “la più grande community italiana di baratto online” (ha 3.820 utenti registrati) e segnala oltre 20mila annunci online.
Dunque, nel web 2.0. vige ancora la primaria forma di baratto, quella avente ad oggetto lo scambio di beni.
E se invece si cominciasse a ragionare nell’ottica di dar vita ad uno scambio di servizi, di prestazioni professionali, anche di alto livello?
Di questo parlerò nella prossima puntata e vi dirò come la pensano al riguardo i Preti Funky, i Missionary men & women del web 2.0.!
Nel frattempo, cominciate a rifletterci su.
La Markettara