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Archive for the ‘Looking for inspiration?’ Category

Il Medio Evo sta finendo – Preparatevi al Rinascimento 2.0

17 mar

Buongiorno, tutto bene?
Rieccoci a parlare di Social Media; oggi parliamo a tutti coloro che stanno mettendo la testa sotto la sabbia e continuano a ripetere che “a loro non serve cambiare le vecchie abitudini“.

Il mondo si muove veloce signori miei, e solo perchè ad oggi in Italia siamo i secondi peggiori in Europa per uso di internet (solo la Grecia sta messa peggio) non significa che saremo sempre al medio-evo… il “Rinascimento” è proprio dietro l’angolo! Non potete sfuggire ai “Social Media” per il vostro business.

Gary Haynes ha pensato ad un buon modo per mostrarvi la velocità in cui l’universo internet si muove:

Quando avete finito di leggere l’articolo, andate a vedere quanti nuovi membri ha Facebook, o Twitter oppure quanti video sono stati visti su YouTube in questi pochi minuti.

Se questo ancora non basta… fiuuuu!! quando siete duri da convincere ;-) Proviamo a sfatare alcuni dei vostri “luoghi comuni”

“Geometra! Io ho una piccola azienda … che me ne faccio dei Social Media. Il mio business è troppo piccolo”

Come sempre accade l’uomo inventa strumenti per soddisfare dei bisogni. Facebook è nato come “Annuario multimediale” per tornare in contatto (o mantenere i rapporti) con vecchi compagni di università. Il “nonno” di YouTube è nato per permettere ai soldati USA impegnati nel Golfo, di comunicare e mandare video ai propri famigliari.

Ciò che le orde “Rinascimentali Web 2.0″ fanno benissimo è pensare a nuovi usi per quegli stessi strumenti. E questa è l’opportunità che ognuno di voi ha oggi:

Prendere uno strumento, capirlo e trovare un applicazione per agevolare e promuovere il proprio business!

Web 2.0 cambia le dinamiche di relazioni ma in cambio ti offre la possibilità di ottenere risultati che vadano al di là della semplice vendita di un prodotto/servizio. In linee generali i risultati che si possono ottenere sui quali noi consulenti lavoriamo sodo sono 3:

1) Aumento delle vendite (con Strumenti di promozione “emozionale” continuativa e contestualizzata, diffusa viralmente, bassi costi ed alti ritorni)

2) Generare “Business Lead” (collaborazione partecipativa, condivisione costi e rischi, dialoghi, scambio informazioni con clienti, espansione network contatti commerciali)

3) “Ritenere e fidelizzare” clienti esistenti e nuovi (Velocizzando interazioni, coinvolgendoli, assistendoli e garantendo convenienza)

Nel prossimo articolo vedremo alcune opere (esempi) di Rinascimento 2.0 assolutamente geniali ;-)

A presto su questi schermi (Ah! avete controllato quanti nuovi Blog hanno aperto mentre leggevate???) – Articolo disponibile anche su Arrotino del Web

 

Usare Facebook come sito aziendale? Ma anche no!!!

13 mar

In alto i cuori! Sono rivolti al FUNK! E’ cosa buona e giusta…

Oggi giorno le opzioni di Social Media iniziano ad essere più chiare, accessibili ed evidenti a chi tiene le orecchie aperte. Anche i Media tradizionali, nonostante considerino in gran parte i Social Media come gli acerrimi nemici (dove pensate stiano finendo gli investimenti pubblicitari che perdono giornali e televisioni?) si trovano costretti a parlarne. Ecco quindi che si vede l’impomatato conduttore televisivo di turno che parla di vicende (chiaramente quasi sempre con accezzione negativa) che riguardano Facebook, Twitter, YouTube etc. La parola inizia a girare, è incontenibile e genera ascolti ed interesse.

Capita quindi sempre più spesso, per chi come me lavora con questi strumenti, di scambiare opinioni, impressioni e consigli con amici e persone che incontro. Devo dire che ultimamente sento sempre più persone, che magari gestiscono piccole aziende, o ristoranti o organizzano eventi che, dopo aver assaporato un accenno di potenzialità dei Social Media si “invasano” entusiasti e si fanno prendere la mano.

Vedi qualcuno che dopo i primi 10 minuti di Facebook o Linkedin si infila la muta di improvvisato Guru visionario e, con il sorrisetto ammaliante di chi ha scoperto di essere più furbo degli altri, ti dice:

 “Sai cosa faccio? Io uso Facebook come sito Aziendale!!! E’ gratis, pratico ed efficacie… perchè dovrei spendere soldi per un sito?”

In effetti la tentazione è grande. Innanzitutto, facilità di creazione di un network (almeno nei numeri) e quindi ottimo per la divulgazione e promozione delle proprie attività.

Inoltre molti si sentono rassicurati dall’informalità del linguaggio; non hai più bisogno di un esperto di comunicazione od un consulente di PR per comunicare (altro risparmio). Allo stesso modo puoi dialogare direttamente “faccia a faccia ” (letteralmente) con i tuoi clienti. Infine, dovesse servire, ad un costo relativamente basso (rispetto a giornali e televisioni) se vuoi puoi anche promuovere le tue attività ad un target mirato, per sesso, età, luogo di residenza, area di interesse e quant’altro! Spettacolare vero??!

NOOOOOO!!! Sbagliato!
Fidatevi, se pensate di usare Facebook come il vostro sito Web…. NON FATELO!

Scusate ma son sbottato!… ora vi spiego perchè:
1) E’ un rischio! Va contro alle condizioni di utilizzo di Facebook
Le condizioni di utilizzo che accettate iscivendovi dicono “You will not use your personal profile for your own commercial gain” (“Registration and Account Security”  al punto 2). Potete ignorarle se volete ma FB potrebbe non farlo, semplicemente bloccando il vostro account e virtualmente chiudendo le vostre operazioni, eliminando il network che avete faticosamente creato. Inoltre c’è sempre il rischio che un domani FB (o Twitter) insercano nuove funzionalità e condizioni che potrebbero impattare il vostro business.

2) Mantenete voi il controllo e Controllate voi  vostri contenuti
Già è complesso proteggere il flusso di informazioni in rete, se poi delegate ad un sistema esterno il controllo non vi semplificate certo la vita.
Su FB gli utenti hanno una libertà ed uno spirito diverso. Gli atteggiamenti sono gogliardici, informali e vale tutto…comportamenti diversi di quanto siano in siti istituzionali. Di per sè non è un problema, ma avete limitato controllo rispetto a quello che avreste nel vostro sito come Admin. Non scordatelo!

3) Non perdete l’opportunità di mostrare la vostra creativit�
FB vi fornisce una scatola vuota con aree pre-assegnate per contenuti, video, foto, commenti, email. E’ uno strumento utile come protesi a ciò che gia fate, ma come sito aziendale è molto poco originale. Ricordate che il fattore emozionale è fondamentale nel Web 2.0 e dovete esser in grado di variare gli impulsi che inviate lavorando direttamente su tutti i fronti. Con FB siete uno dei tanti, letti magari velocemente ma senza vero coinvolgimento. Inoltre non scordate che Web 2.0 vi offre l’opportunità di dimostrare quanto bravi siate. Usate FB e perdete questa opportunità!

4) Non perdete l’opportunità di essere ricercati e trovati in Google & Co.
Per quanto enorme e variegato l’universo FB è a sè stante. Se un domani decidete di proporvi siete limitati all’utilizzo degli strumenti forniti dalla piattaforma. Di per sè può non essere un problema, ma anche qui state perdendo opportunità importanti come partecipare al ben più vasto meccanismo di ricerca globale (Google su tutti), e soprattutto di “contestualizzare” la vostra indicizzazione (apparire in ricerca a chi vi sta cercando è sicuramente più intelligente che apparire in un riquadro davanti a gente che parla di tutt’altro).

5) E se bloccano/chiudono l’accesso a Facebook? Che fate?
Molte ditte (settore pubblico ma non solo) stanno chiudendo gli accessi a Facebook e Social Network… dall’oggi al domani perdereste audience e gettereste nel WC tutto il lavoro di promozione fatto sino ad oggi (tirate l’acqua, mi raccomando!)

Concludendo, chiamiamo le cose con il loro nome ed usiamo buon senso.
Social Network sono strumenti eccellenti come “protesi” delle vostre attività business, divulgano e promulgano i vostri contenuti meglio e in modo più efficace di ciò che avete conosciuto sino ad oggi… che sia aumentare la vostra base clienti, o fornire Assistenza rapidamente (…mmmmh pericoloso, ma qualcuno lo sta facendo), distribuzione di coupones e sconti, notizie ed eventi del vostro Brand, ma non può esser casa vostra!

Piuttosto utilizzate questi strumenti per convincere nuova audience a venirvi a trovare a casa vostra, nel vostro sito o blog, dove avrete preparato per loro delle sorprese e dove vorranno poi tornare con regolarità.
Ma ricordatevi bene dove deve esser costruita la vostra casa, il luogo dove veramente operate, dove cambiate le vostre strategie e controllate i progressi.

Convinti?

 
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YouTube batte cassa – Broadcast "my Revenue"

17 giu

youtubeYouTube nasce nel 2005 da Chad Hurley, Steve Chen and Jawed Karim, conosciutisi mentre lavoravano insieme per PayPal. YouTube è il leader mondiale per online video, abbinando video originali con l’esperienza della totale  condivisione del Web 2.0. Con esso infatti è possibile caricare e condividere video (propri o altrui) attraverso la rete tramite websites, apparecchi cellulari smartphone, blogs ed email. Dal Novembre 2006 YouTube è stata acquisita da Google e da allora il fenomeno ha assunto dimensioni globali, siglando partnership importanti con chi fornisce contenuti, CBS, BBC, Universal Music Group, Sony Music Group, Warner Music Group, NBA, The Sundance Channel e molti altri.

A metà 2007 YouTube apre “territorializza” i propri servizi in Brasile, Francia, Irlanda, Italia, Giappone, Olanda, Polonia, Spagna e Regno Unito oltre che conquistare il mercato telefonia cellulare attraverso un importante accordo con Apple per una piattaforma video per iPhone.

Ma una storia di successo, google insegna, non può sopravvivere senza profitti pubblicitari, e questa è sempre stata una spina nel fianco del settore. Il modello ha funzionato inizialmente in termini di traffico e partneship commerciali ma non ha mai veramente generato profitti alti. Malgrado questo Google acquistò il portale per 1.65 miliardi di dollari (dicono) dimostrando di credere alle potenzialità del video-business per il futuro.

Molti critici puntano il dito verso Chad Hurley e compagnia per aver approfittato “disonestamente” di alcune lacune legislative, permettendo a chiunque di ignorare bellamente royalties e diritti pubblicando video altrui senza veri controlli. Solo dopo costosissime azioni legali infatti (Viacom 2007) finalmente youTube introdusse una vera politica di protezione Copyright ma ormai il vantaggio competitivo sui concorrenti era incolmabile.

Ma veniamo ad oggi:

Dopo numerosi tentativi di generare profitti attraverso la pubblicità online, . (solo in quest’anno finanziario prevedono di perdere circa 500 milioni di dollari), YouTube  sta disperatamente cercando di trovare un modello di business in questo settore per fare cassa.

Dopo vani tentativi con Google Ad/ AdSense e Youtube Video Identification per associare ai video dei menù laterali con messaggi promozionali stile google, oggi si parla di un nuovo modello in fase di testing:

Tra poco, per vedere alcuni video (chessò la sintesi di una partita od un video musicale) saremo obbligati a guardarci un  “Promoted Video” (un video che qualcuno paga YouTube per promuovere, quindi video pubblicitario o Ad). Impossibile non farlo, l’unica scelta che abbiamo è se guradarcelo all’inizio o con brevi interruzioni nel mezzo del clip. Nel caso decidessimo di “sorbirci” il video all’inizio, potremo però sceglierne uno tra alcuni proposti (dentifricio piuttosto che macchine o preservativi).

Scherzi a parte, è un modello di business interessante, obbligare ma fornire una serie di opzioni “democraticamente selezionabili” è una combinazione geniale. Probabilmente i video pubblicitari tra cui scegliere (solo per chi sceglie di vedersi quello all’inizio, la maggioranza direi) avranno anche un meccanismo di rating, un altro meccanismo intelligente per addolcire la pillola… è pur sempre interazione e coinvolgimento dell’utente.

Trovo inoltre molto democratico lasciare la possibilità ad utenti che non producano solo video pubblicitari (parlo di Volontariato, o campagne di sensibilizzazione o presentazioni di idee/progetti per esempio) di avere l’opportunità di promuovere le proprie creazioni anche attraverso sistemi a pagamento.

Si chiama sempre capitalismo, semplice legge di mercato (domanda-offerta) e quei geniacci americani non si fanno certo pregare a cogliere la palla al balzo. 

 
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In tempo di crisi barattiamo le nostre professionalità – Pt 1

26 mar

la banca del tempoIo ho conosciuto il valore del verbo “barattare” fin da quando ero bambina.

Come tutti i bimbi, soprattutto della mia generazione, soldi non ne maneggiavo e spesso l’unico modo per ottenere quello che desideravo era scambiare ciò che possedevo,  per lo più giocattoli e figurine Panini, con le cose di proprietà delle mie amichette che mi interessava avere.

Un semplice e simpatico scambio di beni!

Divenuta adolescente, in cambio di veloci ripassi di storia prima dell’interrogazione o di qualche aiuto durante i compiti in classe di latino (il mio famoso occhio di lince!), permutavo alla compagna di classe compiacente lezioni di filosofia e di fisica, materie nelle quali ero particolarmente brava.

Un’onesto e proficuo scambio di servizi!

Questa collaborazione divenne nel tempo così continuativa da concretizzarsi in una sorta di partnership, attraverso la quale io e alcune mie compagne di classe condividevamo le conoscenze in cui primeggiavamo aiutandoci vicendevolmente con grande vantaggio per tutte, visto che ognuna di noi cercava nel proprio piccolo di offrire un “servizio” di qualità alle altre, migliorandolo di volta in volta.

Metodo di confronto stimolante e prodigo di risultati soddisfacenti, che ho adottato successivamente anche durante i miei studi universitari.

Io credo che barattare significhi, fondamentalmente, “condividere collaborando” e l’esempio che ho sopra riportato vuole proprio sottolineare questo.

Per fare ciò però occorre un elemento fondamentale, che deve sempre essere presente: la fiducia.

Scambiare un bene o un servizio richiede una valutazione doppia rispetto a quella del bene denaro, perché non sempre i beni o i servizi scambiati si equivalgono, perciò serve il rapporto di lungo periodo.

Ecco la fiducia.

Prendiamo un attimo la macchina del tempo e facciamo un bel balzo all’indietro nel tempo fino ad arrivare alle origini di questo fenomeno.

Come risaputo, la forma primigenia utilizzata dall’uomo per gli scambi commerciali fu proprio quella del baratto.

Tale sistema richiedeva un’abile capacità di negoziazione, unita alla non comune capacità di riuscire a valutare il rapporto di valore tra generi differenti.

La cosa risultava abbastanza semplice quando le parti interessate appartenevano alla stessa classe economica, più difficile invece quando i rapporti erano tra classi economiche differenti,  spesso basati su intermediazioni a lunga distanza.

Con lo sviluppo del commercio, delle maggiori esigenze e dei maggiori spostamenti delle popolazioni, questo semplice strumento di scambio iniziò a risultare inadeguato e laborioso.

Infatti il baratto fu una modalità semplice ma anche soggetta a diverse problematiche, una delle quali era costituita dai vincoli di tempo e di spazio. Chi avesse voluto scambiare merci di tipologie assai diverse infatti avrebbe potuto farlo solo quando entrambe le merci fossero state disponibili nello stesso tempo e nello stesso luogo.
Ad esempio un baratto di arance contro grano, posti i diversi tempi stagionali di maturazione e dunque di reperibilità, era impossibile o quantomeno sconsigliabile.
Nel tempo, per ovviare a questi inconvenienti, si passò dal baratto diretto al baratto mediato attraverso l’uso di una terza merce di carattere guarentigio che potesse fungere da “valore-ponte”, che potesse consentire non solo di ampliare la possibilità di scambio oltre la contemporaneità di reperimento ma anche di effettuare scambi indiretti. Questa “merce terza” fu nel mondo occidentale ben presto individuata nell’oro.

I metalli preziosi e l’oro in particolare emersero storicamente come i beni monetari più efficienti e a più larga diffusione, fondamentalmente per una serie di caratteristiche favorevoli che lo scambio di semplici beni non poteva possedere: la divisibilità in unità molto piccole, la semplice trasportabilità, la possibilità di essere immagazzinato, la possibilità di scambiare una unità per un’altra equivalente e la stabilità della quantità totale nel tempo.

E così nel tempo, proprio per questi motivi, lo strumento fondamentale per gli scambi commerciali divenne il danaro, mezzo che poi è rimasto tale fino ai giorni nostri.

Ma torniamo alla realtà odierna, che poi è quella che a noi interessa.

Da qualche tempo a questa parte c’è, purtroppo, una parola che ci ronza continuamente nelle orecchie e che non ci fa dormire sonni tranquilli.

La parola crisi.

Stiamo infatti attraversando una delle più gravi crisi economiche a livello mondiale degli ultimi tempi e gli scenari paventati sono alquanto inquietanti, anche perché come tutti i fenomeni di lungo periodo sappiamo da dove siamo partiti ma non sappiamo dove andremo a finire.

La domanda a questo punto sorge spontanea:

E se in una situazione come questa si tornasse al baratto?

Se lo chiedeste alla Banca del Tempo, vi risponderebbero di sì.

La Banca del Tempo è un istituto di credito presso i cui sportelli non si deposita denaro e non si riscuotono interessi, ma la disponibilità a scambiare prestazioni con gli altri aderenti. Utilizzano il tempo come unità di misura degli scambi.

Ad ognuno degli aderenti viene intestato un regolare conto corrente-tempo e viene consegnato un libretto di assegni-tempo. Unico obbligo è il pareggio.

Partita quasi in sordina, ora la Banca del Tempo ha una capillare presenza su quasi tutto il territorio nazionale e moltissimi soci che si scambiano prestazioni.

Si tratta infatti di uno scambio di servizi, di prestazioni professionali.

Sul web invece,  la prima forma storica di scambio commerciale, trova un numero crescente di estimatori nello scambio di beni.

Prendete ad esempio Zerorelativo.it, un sito Internet italiano che esiste dal dicembre 2006 e che ha come parola d’ordine “Io non ho bisogno di denaro“. Zerorelativo si definisce “la prima community italiana di baratto online” e offre a utenti registrati (gratuitamente) la possibilità di scambiare – al massimo di regalare, sono rigorosamente vietate le compravendite – un po’ di tutto. Scambiamoci.it invece esiste dal 2007 e propone una trentina di categorie di inserzioni, previa iscrizione gratuita al sito.

Suesu.it, online dall’estate 2007, si definisce “la più grande community italiana di baratto online” (ha 3.820 utenti registrati) e segnala oltre 20mila annunci online.

Dunque, nel web 2.0. vige ancora la primaria forma di baratto, quella avente ad oggetto lo scambio di beni.

E se invece si cominciasse a ragionare nell’ottica di dar vita ad uno scambio di servizi, di prestazioni professionali, anche di alto livello?

Di questo parlerò nella prossima puntata e vi dirò come la pensano al riguardo i Preti Funky, i Missionary men & women del web 2.0.!

Nel frattempo, cominciate a rifletterci su.

La Markettara

 

Vangelo 2.0 – La parabola del cercatore d'oro

18 mar

wikinomics-logoFunkyRev è un aggregatore di talento ed idee, che si poggia sul principio di creare business partendo da persone piuttosto che da aziende.

Individui, professionisti con lavori, interessi personali e commerciali differenti che decidono di dialogare e collaborare, liberi dai vincoli comportamentali e gerarchici imposti da strutture aziendali troppo rigide.

Come? Attraverso una piattaforma tecnologica Open Source (gratuita) che permette interazione fra utenti, publicando informazioni, notizie e commenti  (Blog),  discutendo hoto topic (Forum) e lavorando su progetti concreti in condivisione (WIKI).

Guadagnare con informazioni è possibile in termini di opportunità che si vengono a creare nei luoghi dove le idee scorrono libere e le risorse (come i rischi) sono condivisi. Guadagni degli individui, in termini di crescita, di visibilità, di scambio (baratto), di reputazione e di conseguenza opportunità di guadagni in termini monetari.

Ma non è una novità questa, è gia stato fatto e ci sembra giusto condividere con voi qualche storia, proprio per farvi venire il dubbio che  forse qualcuno un giorno racconterà la vostra…

Wikinomics – Goldcorp, quando la condivisione porta al successo

wikinomics-bookDal Vangelo secondo Don Tapscot “Wikinomics” (sia lodato Don Tapscot!)

In quel tempo…

C’era un imprenditore americano di nome Rob McEwen, che si era ritrovato a capo della Goldcorp Inc.  La Goldcorp si occupava dell’ estrazione di oro, ma le miniere auree di Red Like nell’Ontario (la principale fonte di ricchezza per la società) cominciavano ad esaurirsi. Con la propria azienda sull’orlo della bancarotta, il buon Rob capì che l’unica via di uscita fosse investire tutti i soldi rimasti in cassa per trovare nel più breve tempo possibile nuovi giacimenti da scavare. Inizialmente si rivolse ai propri esperti, ma gli interventi dei geologi dell’azienda per cercare nelle proprietà limitrofe giacimenti simili non portarono risultati. Troppo vasta l’area geografica da coprire, troppo costose le esplorazioni, test ed analisi dei dati, tempi troppo lunghi con i creditori ormai alle porte. Occorreva un’idea.

Pensò quindi di offrire una lauta ricompensa a chi fosse riuscito a risollevarlo dalla crisi aziendale, ma le soluzioni proposte dai propri geologi richiedevano investimenti iniziali e tempi che non poteva permettersi. La mappa del territorio ove scavare era enorme, occorreva andare quanto più possibile sul sicuro in modo da concentrare/ottimizzare gli investimenti ed accelerare l’ingresso di nuovi capitali (oro).

Sull’orlo del precipizio Rob si prese una settimana per un corso di aggiornamento, essendo stato invitato a partecipare ad una conferenza organizzata dalla M.I.T., in cui un signore di nome Linus Torvalds raccontava di Linux, un nuovo sistema operativo di sua creazione.  Linux  era stato creato online da programmatori sparsi in tutto il mondo che, lavorando in condivisione sulla base di Linus Torvalds, avevano sviluppato un sistema operativo gratuito, scaricabile e praticamente perfetto. Rob capì che la chiave del successo di Linux era stata la coraggiosa scelta di Linus Torvalds di registrare la sua bozza iniziale come GNU General Public License , rinunciando quindi ad qualsiasi diritto legale/copyright e mettendolo a disposizione del pubblico.

gold-diggersE fu così che MecEwen inventò una sorta di concorso virtuale con un premio di 575 mila dollari, mettendo in condivisione tutti i dati storici dell’azienda (cosa che fece rabbrividire i propri uomini in Goldcorp, visto l’importanza della segretezza di dati storici sensibili, sino ad allora).

Cominciarono ad arrivare migliaia di proposte da parte di informatori virtuali, geologi, biologi, pensionati, studenti, mitomani (!), casalinghe, militari in pensione… ognuno con la propria teoria su dove andare a trovare l’oro.

Sorprendentemente, le informazioni ricevute portarono la conoscenza di tantissimi giacimenti sconosciuti, dei quali l’80% rivelò grandi quantità di oro. Da azienda da 100 milioni di dollari la Goldcorp si è trasformata in un colosso da 9 miliardi.

Cosa possiamo imparare da questa Parabola del Cercatore d’oro?

Lezione 1: Da un lato all’altro della Terra possiamo trovare modi differenti di creare business, nozioni e risorse mai considerate prima. L’idea vincente vi aspetta nei luoghi più impensati.

Lezione 2: Non fermatevi a ciò a cui siete abituati, e non abbiate paura di mostrare le carte che avete in mano e condividerle.

Lezione 3: Credete nelle sorprese! Non chiudetevi, aprite la porta e confrontatevi anche con chi all’apparenza non ha nulla da darvi. Molte persone sono vere scoperte!

Altre lezioni? Prendete e “aggiungetene” tutti!

Per approfondimenti, segnalo l’articolo di Davide di  “Redazione Capitale Umano” ed il Blog di Don Tapscot

 
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Il Potere della “Community” – siete sicuri che sia meglio restare isolati?

11 mar

Qualcuno ultimamente mi chiedeva quali fossero i vantaggi tangibili di esser parte di una “comunità”. Costa tempo prezioso ed è dispersiva e difficile da focalizzare. Ne parleremo ancora, potrei perdermi in una lunga lista di vantaggi ma preferisco lasciare spazio alla vostra immaginazione suggerendovi di perdere qualche minuto a guardare questo video.

La natura offre spesso spunti interessanti… un bisonte da solo può veramente poco contro Coccodrilli e Leoni vero? E se il bisonte non fosse solo? In 8 minuti un bell’esempio su cui riflettere… per decidere se forse è il caso di pensare ad accrescere ed utilizzare il nostro network…

 
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La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo I

10 mar

Capitolo I: Dal macro al micro!

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“Guerrilla Marketing sfrutta il bisogno di novità dei mezzi di comunicazione e la permeabilità dei suoi meccanismi per promuovere idee, marchi o prodotti. Guerrilla Marketing programma ed inocula nel sistema media virus memetici in grado di auto replicarsi […] a vantaggio del successo di una singola impresa: la tua.”

Dal sito ufficiale del Guerrilla Marketing, www.guerrillamarketing.it

Ti avvicini allo sportello Bancomat per effettuare un prelievo. Stai per inserire la tessera quando il tuo sguardo è attirato da qualcosa: vicino alla fessura c’è un adesivo, posto da mano ignota, su cui campeggia la scritta Ti stanno spiando – Questa transazione è sotto controllo e, sotto, l’indirizzo di un sito Web.

Questo è stickering.

In un mondo dove i media tradizionali sono saturi di messaggi pubblicitari (investimenti per 400 miliardi di euro nel 2008), il consumatore è diventato esigente e sempre meno raggiungibile attraverso le vecchie strategie di marketing. Sebbene la maggior parte degli investimenti siano utilizzati per spot televisivi e inserzioni pubblicitarie sui giornali, la gente semplicemente non li guarda. Eccessivi bombardamenti di informazioni per un lasso di tempo troppo lungo, ed ora cogliere l’attenzione del singolo è divenuta un’azione sempre più complessa per i marketer. Pensare di comunicare in modo classico in un mercato così diverso al suo interno, che cresce sempre più e si evolve, è sicuramente inadeguato ad una società che muta in continuazione con estrema rapidità. Bisogna cercare di attrarre il target, ribaltando le strategie del fare comunicazione; non è più il prodotto che attrae il consumatore, ma viceversa.

Come è realizzabile ciò? Portando il brand a contatto con la gente.

Questo vale tanto per le grandi aziende transnazionali quanto per le piccole attività, ed è in quest’ottica che nasce il guerrilla (o street, o ninja) marketing, di cui il sopracitato stickering è un esempio. Presenta caratteristiche simili un fenomeno nato da un gruppo di artisti newyorkesi e che, a detta degli analisti americani, potrebbe fare proseliti anche tra le aziende più innovative. Si tratta del reverse shoplifting, cioè taccheggio al contrario. Quest’azione consiste nel riportare di nascosto sugli scaffali di un supermarket prodotti precedentemente acquistati, con una piccola aggiunta: al posto dell’etichetta originale viene incollato un adesivo con la pubblicità della propria attività, che gravita principalmente nel settore dell’arte, della comunicazione, della grafica e della fotografia.

Un adesivo è una soluzione semplice ed efficace. E’ di dimensioni estremamente ridotte rispetto agli antiestetici 6×3 che campeggiano ovunque, in particolare durante i periodi elettorali, ma non per questo si fa notare meno ai nostri occhi. Con una spesa minima rende possibile raggiungere il nostro target nella quotidianità, mentre cammina per strada, permettendo dunque la memorizzazione e riconoscibilità del marchio, anche se spesso non è chiara la sua collocazione merceologica.guerilla-marketing

Si può ricordare a questo proposito la campagna della marca d’abbigliamento A-Style, iniziata con l’affissione di sticker per le vie italiane e non. Gli adesivi rappresentavano solo il curioso simbolo dell’azienda, una A con due puntini (due figure umane in posizione –diciamo- tantrica…), di difficile decodificazione fino a che non è apparsa nei negozi questa linea di vestiti.

Essendo possibile attraverso questa tecnica l’ottenere visibilità intensiva e subliminale, è una strategia usata non solo da aziende underground e di nicchia, ma anche dal singolo utente, che vuol rendere pubblico un proprio sito, un’associazione, un partito, un’iniziativa… o anche solo una frase ad effetto. Parrebbe un ritorno alla micro pubblicità, quasi un richiamo delle figurine e delle cartoline che ci si scambiava tra Ottocento e Novecento, e non si è limitato al mondo reale, ma ha trovato un parallelo anche nella virtualità del Web.

Alex Tew, 21 anni, vive a Cricklade, una cittadina del Wiltshire, in Gran Bretagna, ed ha bisogno di soldi per frequentare l’Università. E’ un giovane creativo che vuole trovare un nuovo modo di fare pubblicità su Internet, poiché quella cartacea sta morendo e la programmazione televisiva è talmente satura di spot da essere divenuta sgradevole. Ha quindi l’idea di creare una pagina Web statica, dove a ogni inserzionista vengono garantiti almeno 5 anni di permanenza online del proprio messaggio. Dovendo mantenere la pagina fissa per un periodo così lungo e tenendo conto di quanto poteva costar4gli una simile operazione, Alex decide di far pagare un dollaro a pixel, con un modulo dal costo minimo di 100 dollari (10×10 pixel), venduto attraverso un sito di aste online.

L’idea è totalmente in contrasto con la pubblicità che siamo abituati a vedere navigando sul Web, con irritanti banner multicolore che tolgono spazio alla pagina, o gli altrettanto fastidiosi pop-up che si aprono quando meno ce lo aspettiamo. L’intuizione fu quindi rivoluzionaria, ma tra i milioni e milioni di pagine presenti online correva il rischio di cadere nel vuoto, se non che fu proprio la sua stranezza ad attrarre i giornali dandone un buon richiamo mediatico e, complice il basso costo fissato da Tew, ebbe un enorme successo. Oggi ogni pixel di www.milliondollarhomepage.com è stato venduto; il sito merita una visita per l’insolito spettacolo che offre, una pagina completamente coperta di mattoncini colorati, con simboli e scritte difficilmente comprensibili e, proprio per la loro difficile decodificabilità,, il visitatore è portato a cliccarvi sopra, magari a caso. Il sito riporta il case-history di una ditta di marketing che ha visto il proprio traffico Web (e di conseguenza le vendite) impennarsi grazie ad un quadratino 10×10. Il giovane studente inglese può affermare di essere ampiamente riuscito a pagarsi gli studi, avendo guadagnato ben più di un milione di dollari grazie alla sua inventiva!

Gli imitatori, ovviamente, arrivarono a frotte, limitandosi a copiare l’idea e creando raramente qualcosa di originale. Tra i casi più interessanti c’è The Mile Wall, un muro virtuale di affissioni elettroniche, che attualmente supera i tre metri. Siccome il pixel advertising concepisce la pagina Web come una parete da riempire di adesivi, perché non creare un muro virtuale dove inserire qualsiasi tipo di messaggio? Non solo pubblicità, quindi, ma anche dichiarazioni d’amore, motti, frasi etc. The Mile Wall dovrebbe aver fruttato al proprio ideatore più di mezzo milione di dollari.

E’ stata scritta una pagina della storia di Internet, che potrebbe ben presto dissolversi nel nulla, nel caso l’originalità andasse scemando e, con essa, l’interesse degli inserzionisti. E’ bene però soffermarsi sui motivi di tale indiscutibile successo: è stato determinato non solo dal battage mediatico creatosi attorno al primo caso, ma anche e soprattutto da due elementi chiave, cioè semplicità e costo contenuto, lo stesso binomio che ha permesso allo stickering di farsi strada (pur essendo, ricordiamolo, una pratica illegale in molte città).

E’ la micro pubblicità che non offende la vista, non richiede ingenti investimenti, non passa per grandi campagne di marketing, non bombarda il consumatore: anzi, il consumatore stesso può metterla in atto, ponendosi in primo piano (ricordate? Il consumatore come agente proattivo).

In ciò sta il radicale mutamento sociale, nel fatto che possiamo essere tanti micro-imprenditori di noi stessi.

Gli altri capitoli della Saga: La Strada come Medium

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo II

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo III


 

La valutazione del Merito – Un idea Funky!

03 mar

funkyrevlogo-cernieraIn quel tempo… il Geometra si rivolse alla folla funky e chiese:

…. Chi non ha vissuto sulla propria pelle episodi di nepotismo aziendale o paraculi raccomandati che ti passano davanti sul più bello alzi la mano!!!

Troppo facile eh?! Domanda troppo generica e banale, alla fine la risposta non può che essere soggettiva. Questo perchè nella stragrande maggioranza dei casi è semplicemente una questione di “percezione personale” non basata su dati oggettivi. Si parte infatti dalla convinzione (spesso non supportata da fatti) che noi, che siam stati scartati, eravamo meglio dei prescelti. La vanità è in fondo il peccato universale più diffuso al mondo.

Resta il fatto che, vuoi per la poca trasparenza nelle operazioni di selezione, vuoi per la scarsa preparazione di molti di coloro preposti a scegliere, vuoi per altri motivi, il dubbio che ci abbiano infinocchiato ingiustamente, troppo spesso resta.

La sensazione è che la soggettività regni sovrana, ed in queste condizioni è comprensibile che il clientelismo si insinui nel processo di scelta, mancando veri e propri “check & balances” (controlli e contappesi) e non essendo la produzione di risultati concreti un requisito fondamentale (molto più importante esser “automunito”!).

In Inglese c’è una parola importante: To be accountable o accountability! In Italiano non esiste una parola simile, ma il concetto si potrebbe esprimere con un giro di parole vorticoso del tipo “sei responsabile e verrai giudicato in base a ciò che fai, le scelte prese ed i risultati che ottieni, se sbagli ne pagherai le conseguenze“. Le parole italiane “responsabile o responsabilità” sembrano aver perso questa accezione, o sbaglio?

Strano che gli anglosassoni abbiano creato una parola per questo concetto, immediata, sferzante e senza compromessi. Ancora più interessante è il fatto che questa parola sia di uso comune, usata in politica come in relazioni personali per sottolineare il peso (non solo la gloria) di essere “responsabili”.

Quindi come biasimare questi manager e dirigenti che si abbandonano al clientelismo facendo piaceri a destra e manca; sono responsabili ed il ruolo implica “arbitrarietà nella gestione del proprio potere” ma nessuna vera “responsabilità“… Non li possiamo biasimare, non è colpa loro se manca l’Accountability in ciò che fanno. Forse però potremmo agevolarli:

Questo è importante, un prete funky non si ferma alla semplice constatazione o lamentela, lui è proattivo e si sforza di proporre alternative rivoluzionarie.

In fondo anche il clientelismo è una forma di baratto e come tale, se ben strutturato, può dare benefici.

Quello che manca è inserire nel pentolone della selezione dei dati oggettivi, insindacabili sul reale merito di un individuo. La soggettività non è un male diabolico, è cosa buona e giusta. Se come manager sono “accountable” delle mie scelte, la mia indipendenza di scelta e soggettività diventano le armi con cui produco risultati e salvo la scrivania. Un curriculum per quanto ricco non è sufficiente a supportare la scelta in modo oggettivo; per capirci, è troppo vago e non tiene in considerazione dinamiche fondamentali come “capacità di analisi, interazione con colleghi, empatia, flessibilità, creatività, ambizione e proattività“. Un esempio di innovazione in merito? Quando ho fatto il colloquio in Google (is your friend), oltre a test attitudinali e prove durissime su progetti concreti sono stato a colloquio con tutti i membri del team che avrebbero lavorato con il prescelto (12 persone!); ognuno aveva 20 minuti per chiedere ciò che voleva e la loro valutazione finale era fondamentale nella scelta del candidato. Ve lo immaginate? Pazzesco vero? D’altronde Google non è diventato uno dei posti più ambiti ove lavorare per niente. Tanta soggettività crea “oggettività“, in poche parole hanno trovato il modo per integrare alla selezione l’analisi del talento. La vostra ditta come integra la valutazione del talento? Col voto di maturità?

Qui non si tratta di cambiare le cose (almeno non nell’immediato), ma semplicemente di produrre alternative e lasciare all’etica e la serietà degli individui la possibilità di scelta. FunkyRev è un laboratorio, che prende spunti da esempi concreti, mette in pratica le idee migliori e vede l’effetto che fa. Perchè no? Questa è la domanda che ci spinge.

Eccoci quindi a ciò che proponiamo

Perchè non utilizzare la piattaforma www.funkyrev.com per fornire a professionisti affermati e non, universitari, neolaureati, gente che si vuole misurare e mettere alla prova, la possibilità di imparare, confrontarsi, misurarsi ma soprattutto essere valutati “oggettivamente” su progetti concreti?

Un esempio concreto: Nel Wiki e nel Forum inseriremo dei progetti su cui lavorare in collaborazione, ognuno darà il proprio contributo in base alla propria esperienza, cultura, area di appartenenza (non necessariamente la stessa del progetto in questione) ed al termine le persone che hanno collaborato, i committenti ed i semplici spettatori (che nel frattempo imparano qualcosa di nuovo) daranno delle valutazioni (con relative critiche costruttive per migliorare).

Una vetrina di valutazione del merito non agevolerebbe solo professionisti alla ricerca di opportunità e visibilità. Immaginatevi “Headhunters” che vanno a proporre ad un azienda un candidato; non sarebbero agevolati nel poter proporre una valutazione di merito (imparziale) allegata al loro CV? Pensate ad un manager d’azienda che deve giustificare il costo di una nuova “head” e la sua scelta ai propri capi, non ne sarebbe agevolato allo stesso modo? Semplice buon senso!

Social Media ci mette a disposizione innumerevoli strumenti gratuiti e semplici. Stiamo lavorando su algoritmi capaci di valutare l’effettiva partecipazione, efficienza, capacità creativa di un individuo e vorremmo offrire ai nostri manager impomatati anche questo dato oggettivo, dimostrabile ed insindacabile a fianco al nostro curriculum.

Vediamo l’effetto che fa?