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Posts Tagged ‘pubblicità’

Caro Babbo Natale voglio le API nuove

11 dic

La letterina con la lista dei regali l’ha già scritta. Latte e biscotti, da lasciare sul tavolo della cucina la vigilia di Natale, sono già stati acquistati. Giusto per far vedere che è un bravo bambino preparerà anche un paio di carote per le renne, pulirà la canna fumaria e metterà un panettone all’interno del camino come nella pubblicità. E’ tutto pronto; resta soltanto da scegliere il giorno per la visita al centro commerciale di Mountain View dove sulle ginocchia del vecchio Babbo Natale, il “piccolo” Google, potrà chiedergli i suoi regali.

Proprio come i bambini che nella loro letterina hanno in lista un nuovo giocattolo perchè il vecchio è rovinato o mezzo scassato, Google nella sua ci ha messo una richiesta per le nuove API. Le vecchie e care API Gears ideate con lo scopo di rendere i siti internet simili ad applicazioni web verranno accantonate per dare sempre più spazio alle logiche basate sul nuovo standard web dell’HTML5.
Anche se Google garantirà ancora il pieno supporto alle API Gears, le applicazioni basate su questa tecnologia (come ad esempio WordPress) si dovranno aggiornare seguendo la strada che l’HTML5 sta tracciando. Con Chrome che tende sempre più a diventar un vero e proprio sistema operativo (Chrome OS) è necessario guardare al futuro basandosi su una tecnologia che, sebbene non sia ancora stata ufficialmente “battezzata” dal W3C, promette uniformità e nuove funzionalità. HTML5 permetterà di fare a meno di molti prodotti legati ai browser e di molti plug-in di terze parti. Molte logiche e funzionalità verranno integrate (plug-in video, streaming, ecc…) e si tenderà sempre più verso la creazione di un nuovo standard. La massima portabilità dei siti web su browser differenti e dispositivi mobili permetterà di avere internet sempre più al centro della vita di ogni singolo individuo.

Ci resta solo da aspettare il 25 dicembre per vedere se il “piccolo” Google sotto l’albero troverà il suo regalo. Ma siamo sicuri che durante l’anno sia stato un bravo bambino?

Articolo disponibile anche su: mambaneronet.com

 
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HTC Magic Vodafone: pubblicità su Google!

26 set

HTC è il telefono cellulare basato su piattaforma Google Android, un sistema operativo “open source” derivato da Linux e integrato con le piattaforme software di Google. L’HTC è stato lanciato sia da TIM che da Vodafone in diverse versioni.
L’utente può avere Google letteralmente a portata di mano: effettuare ricerche, leggere la propria posta con Gmail, consultare la propria agenda personale tramite i calendari condivisi di Google Calendar, trovare indicazioni stradali su Google Maps, chattare con gli amici su Google Talk e infine vedere i filmati su Youtube.
Oggi 25 settembre fino alle ore 17 circa su www.google.it (in home page per intenderci) è apparso un banner pubblicitario dell’HTC Vodafone proprio sotto la barra di ricerca.
Decisamente una pubblicità che salta all’occhio, molto di più rispetto agli annunci sponsorizzati che propone TIM per lo stesso telefono…!

Articolo disponibile anche su InternetMarketingExperience.it

 
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Social network arrivano le agenzie pubblicitarie

15 set

consumatoreTwitter apre le porte alla pubblicità, Wikipedia ci sta pensando e Facebook è già a buon punto. Il mondo degli inserzionisti e quello dei social network si stanno incontrando per trovare sistemi sempre più personalizzati per recapitare ai consumatori pubblicità su misura ma forse anche trovare nuove fonti di guadagno da Internet, necessità che per l’editoria è stata ampiamente sollevata da Rupert Murdoch.
Twitter ha cambiato le sue regole, appena quattro mesi dopo aver detto un primo no, per consentire l’ingresso delle inserzioni pubblicitarie nel social network di microblogging che conta 45 milioni di iscritti in tutto il mondo. Un segnale concreto dell’interesse – reciproco – del settore per la pubblicità, che in questo contesto si può avvalere degli strumenti tipici del social network e delle nuove funzioni di localizzazione geografica di utenti e servizi, anche grazie al crescente accesso via cellulare. In questo senso vanno sicuramente i recenti accordi di Facebook, che conta 250 milioni di utenti, 65 dei quali via telefonino, con Nokia per servizi che comprendono, appunto, anche la ‘geolocalizzazione’.

L’interesse per la pubblicità non viene escluso nemmeno dall’altro grande pilastro del Web 2.0, Wikipedia. “Pubblicità su Wikipedia? E’ una possibilità. Non la escluderei del tutto, anche se nessuno qui pensa che sia una buona idea”, ha detto martedì Jimmy Wales, uno dei fondatori dell’enciclopedia più nota del web. “La rete sociale è uno strumento di marketing estremamente efficace. Avere un molti amici, infatti, equivale ad avere un gruppo piuttosto omogeneo di persone presso cui promuovere qualsiasi prodotto”, sostiene Leon Hill, amministratore delegato della uSocial, società pubblicitaria che vende ‘amici’ su Twitter e Facebook a prezzi ‘abbordabili’ (poco più di mille dollari ogni diecimila nomi).

Su ‘Facebook’ questo servizio sarà attivo dal 16 settembre, anche se il primo social network del mondo ha già fatto sapere che chi viene scoperto ad acquistare ‘amici’, per scopi pubblicitari o d’altro tipo, rischia l’espulsione. Su Twitter invece il servizio funziona già e potrebbe essere il primo di una serie. E presto arriveranno anche le funzioni di geolocalizzazione. Intanto però uno studio ha accertato che in media il 30% dei messaggini nei microblog già contiene riferimenti a marchi e prodotti commerciali. Il ‘micro’ social network, secondo i risultati dello studio condotto da due docenti dell’Università della Pennsylvania, è infatti diventato un passaparola in cui gli iscritti tendono a ‘micro-bloggare’ in particolare suggerimenti e impressioni su prodotti o servizi disponibili sul mercato. Twitter ha addirittura tre motori di ricerca per ‘misurare’ queste opinioni, l’ultimo dei quali, ‘Tweetfeel’, ha esordito alla fine di luglio. Con ‘Tweetfeel’, ‘Twendz’ e ‘Twitrratr’ è possibile individuare opinioni, pensieri e stati d’animo dei miroblogger su un particolare tema, un prodotto, un film, un libro o un fatto di cronaca. Servizi simili sarebbero allo studio anche per Facebook e per altri social network. | ANSA

Articolo disponibile anche su http://www.mambaneronet.com/social-network-arrivano-le-agenzie-pubblicitarie/

 

Social Media è Arte di Comunicare – Un aspetto di contenuto ed uno di Relazione

13 mag

Dopo aver visto i primi due Assiomi della Comunicazione:

1) Non si può non comunicare 

2) Esiste una comunicazione verbale ed una non-verbale

Veniamo al Terzo!

 

3) In ogni comunicazione è presente un aspetto di contenuto

ed un aspetto di relazione

IL CHE COSA e…IL COME!

Sarà capitato a tutti…sei al centro commerciale…giornata densa d impegni, mille cose da fare, centomila pensieri che ti frullano in testa, dribbli di corsa la fiumana di gente che passeggia divertita con i carrelli della spesa, serena e noncurante (e questo riesce a farti innervosire ancora di più…!)

…quando, di colpo, senti una mano che ti afferra il braccio, una voce entusiasta che quasi grida il tuo nome, due braccia al collo che ti stringono in un abbraccio LUNGHISSIMO : “Ma ciao!!! No, non ci credo, se proprio tu!!!ti ricordi di me?”  AAAARRRRGHHHHHHH!!! Ghiaccio totale, il tempo si ferma, o meglio, inizia a viaggiare in retromarcia all’ ennesima potenza…   pensi :“chi cavolo sei?!!! dunque…lavoro…no, sport…no,…. scuola? Si, forse si, o no…AIUTOOOO!” E intanto lei ti guarda felice con aria sicura e si aspetta che tu… che tu…le dica…: “si!!! (cavoli, ho detto si!ora devo saltarci fuori!!!) ...e…come stai?” (ed in quella domanda riponi le drammatiche speranze che ti venga dato uno, un solo appiglio per capire…e intanto sogni di essere da un’altra parte…!!!!) …bene…eccolo qui il “cosa” e il “come”!!! te ne vai con la “pseudo sicurezza” di essere riuscito a cavartela… ma…siamo sicuri?

Il tuo “si” probabilmente sarà uscito da una faccia completamente inebetita e spaesata…il messaggio, con ogni probabilità, sarà stato recepito MOLTO CHIARAMENTE!! Bè…poco male…minimo la ritrovo tra altri vent’ anni…e una cosa è certa:

La prossima volta mi ricorderò di lei (se non altro per la terribile figura che ho fatto!) Al di là di esempi semplicistici…è tutto comunque qui:

Nel momento in cui si comunica si trasferisce da un lato “quello che si vuole dire” ma contemporaneamente si manifesta il proprio modo di “mettersi in relazione” con gli altri. 

L’ aspetto di relazione, quindi, dà significato a quello di contenuto (notizia), essendo ad un livello diverso: viene pertanto definito metacomunicazione, ovvero comunicazione sulla comunicazione.

E’ diverso dire a qualcuno : “mi porti quel bicchiere?” oppure “portami quel bicchiere….!?” 

E’ importante però riuscire ad “entrare e uscire” dalla “lettura a senso unico” di questo aspetto… soprattutto nei gruppi di lavoro, dove intervengono più persone e quindi più aspetti relazionali, più “letture”. 

Già…difficile riuscire a  vivere serenamente in un gruppo di lavoro…vero?

 No, non credo…un gruppo è tale quando viene ad instaurarsi una rete di comunicazione tra le persone, non solo, perché un gruppo possa essere efficace bastano pochi accorgimenti (mi sembra di dare la ricetta casalinga per nascondere le rughe!:)  

Fattori organizzativi, ovvero la chiarezza degli obiettivi e dei vincoli, la definizione dei ruoli, la coerenza del “sistema premiante”;

 Fattori di gruppo, ovvero le norme di “funzionamento”, la coesione, l’ accettazione degli obiettivi; 

Fattori di prestazione: la leadership, le competenze, le capacità, l’ impegno, l’ energia… poche e semplici cose da NON DARE MAI PER SCONTATE e da ESPLICITARE COMUNICANDO CHIARAMENTE… 

Social Media non trasige dai medesimi principi. Creare una comunity virtuale sottostà alle medesime regole sopra citate. Lo stesso dicasi per una Azienda che intende misurarsi con una comunità di utenti virtuali.

“Tecnologia ed  efficienza… ecco sbocciare i risultati, la soddisfazione e soprattutto…ecco arrivare la consapevolezza di aver sviluppato una “certa capacità di collaborazione”…appagante, no?!! 

Ascolto e verità… Parole sante!

 

Social Media è arte di Comunicare – Un Processo Circolare

12 mag

conversazionePrima di rituffarci in un altro Assioma della Comunicazione, occorre enunciare qualche borioso concetto teorico sulla comunicazione. Non fatevi prendere dallo sconforto, è noiosa, ma servirà per approfondire insieme quali approcci usare. 

Dicevamo: Esisto… Comunico…Tutti comunichiamo…impossibile non farlo. Ma che cos’ è la comunicazione? 

E’ uno scambio di informazioni tra due o più entità la cui proprietà è di emettere e di ricevere segnali all’ interno di un processo interattivo caratterizzato da un meccanismo di feedback o retroazione.

….mmmh mando segnale (comunico)…Mmmh… c’è un processo interattivo… mmmh c’è un Feedback di chi riceve. Interessante, ce lo eravamo scordati vero? I comportamenti all’ interno della comunicazione si determinano quindi sulla base di una sequenza circolare e di un processo di influenza reciproca.

Perfetto, ora siamo pronti per il secondo Assioma della Comunicazione:

2) Esiste una comunicazione verbale ed una non-verbale

Per comunicazione umana si intende lo scambio di messaggi impliciti ed espliciti che avvengono su molteplici canali comunicativi. Quali? Beh… verbale-fonatorio certo ma anche visivo-grafico, mimico-gestuale… Questo vale nella comunicazione personale ma anche per i Social Media: tutti canali impegnati sincronicamente e diacronicamente nella produzione globale dell’ enunciato. Un bel casino, eh?!! Si. Perché l’ informazione implica la trasmissione di dati sicuri e inconfutabili, ed è quindi trasparente e omogenea…mmh questa l’ho gia sentita in una presentazione sul futuro dei Social Media 

Cosa succede se la comunicazione è opaca e ambigua? Si generano molteplici messaggi impliciti di carattere pragmatico-relazionale. Esiste l’ emittente che invia il messaggio al ricevente…il messaggio passa attraverso i filtri personali del ricevente per poi arrivare a “destinazione”. Il ricevente “ascolta” il messaggio e lo interiorizza tramite la sua percezione della realtà…subito dopo “rimanda” all’ emittente un feedback, un comportamento di reazione…e così via…si innesca il processo circolare. Non a caso spesso ci sentiamo fraintesi, facciamo fatica a “comunicare” con amici, colleghi… immaginatevi in quali filtri si infila l’informazione che trasmettiamo prima di arrivare a destinazione. Sua signoria la Comunicazione merita rispetto ed esige continui chiarimenti attraverso un costante impegno metacomunicativo finalizzato alla comprensione dei codici e delle differenze. 

Le persone comunicano bene ed efficacemente quando:

  1. Conoscono l’ effetto che si prefiggono di ottenere con la loro comunicazione
  2. Hanno sviluppato un’ acutezza sensoriale ed un’ abilità rappresentativa interiore, tali da poter percepire le risposte che ottengono dall’ interlocutore e dar loro un significato
  3. Vogliono veramente ottenere l’ effetto che si prefiggono di ottenere
  4. Hanno una flessibilità comportamentale che consente loro di modificare la comunicazione al fine di ottenere le risposte corrispondenti all’ effetto che si prefiggono di ottenere.

…bazzecole e quisquiglie, eh!!!! Non solo….la nostra “comunicazione” si presenta su ben tre livelli che pretende siano congruenti:

  • Livello verbale
  • Livello paraverbale
  • Livello non verbale…

…per ora solo un accenno…tanto per introdurre un dettaglio tutt’ altro che irrisorio: ….tutta la parte extraverbale (livelli paraverbale e nonverbale) incidono nella comunicazione per il 93%!!!! Perciò…occhio…Meglio essere veri e sinceri… …come diceva un prete funky incontrato sulla strada per caso… …”Parla come mangi!!!”… …fu allora che assaggiai una buonissima zuppa di sasso 

Altri articoli sulla Comunicazione:

Social Media è l’arte di comunicare – Siamo ancora capaci? 

Social Media è l’arte di comunicare – E’ impossibile non comunicare

 

Schiaritevi la voce – E' il futuro di Internet

06 apr

Il futuro della ricerca su Internet sarà via voceSul Blog del Corriere “Vita Digitale” Federico Cella ci spiega di come Google stia puntando con decisione su “servizi voce”. Consiglio 1: Imparare l’inglese e perfezionare il vostro accento 2: Dateci un’occhiata.

 
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Social Media è l’arte di comunicare – Siamo ancora capaci?

19 mar

imparare-a-comunicareC’è una gran confusione in giro sul concetto di Social Media.

Sarà solo una mia impressione ma, anche in Italia, si inizia a sentire la parola Social Media in servizi televisivi e su giornali. Finalmente se ne parla! Ma siamo in Italia e qui le notizie arrivano solo se rese puro intrattenimento: strano, infatti, che queste storie vengano presentate quasi sempre con accezione burlesca, se non negativa. Basti pensare ai parlamentari americani che scrivono messaggini in Twitter mentre i colleghi presentano mozioni anti-crisi, o all’imprudente ragazzina inglese che perde il lavoro per aver criticato il proprio capo su Facebook, o ancora all’ipotesi di “chiudere” certi siti nei server aziendali in quanto possono ridurre la produttività degli impiegati. Anche gli intellettuali si scomodano, preoccupati di ciò che i malefici potrebbero fare con i propri dati personali, terrorizzati di “un’invasione barbarica” senza precedenti. Figurarsi! Gente ordinaria senza titolo né iscrizione all’albo dei giornalisti che scrive contenuti e pensieri! Giammai! In galera!

Sono storie, questo è vero… ma non raccontano la vera storia che si sta srotolando davanti ai nostri sguardi distratti. La vera storia parla di migliaia e migliaia di persone da un capo all’altro del pianeta che dialogano, come fossero al bar del paese, parlano di tutto, di prodotti, di vita, di problemi, di preoccupazioni e creano relazioni autentiche, seppur virtuali, con persone che neppure hanno mai incontrato. C’è un limite? Forse, ma il limite è un concetto non più ben definibile né, tantomeno, controllabile.

Al di là degli individui, interessati o meno a sfruttare le nuove opportunità gratuite a loro a disposizione, mi sarei aspettato molta più attenzione da parte delle aziende italiane e dei loro Manager, ma sembrerebbero anche loro alquanto distratti. Si parla oggi di nuovi strumenti per “educare” i propri clienti, atti a stabilire con loro un rapporto più autentico; eppure, molti imprenditori solo all’idea ti guardano sconvolti. Forse è il doverci lavorare senza poter quantificare a priori i benefici. Forse ancora è la paura, comprensibile, di doversi misurare in modo complementare (sullo stesso piano) con i propri clienti. Mica tutti sono capaci, in fondo, ci sono rischi evidenti. cesarecadeo1

Ah! Che bei tempi quelli dell’era dei monologhi, quando l’immagine, la reputazione ed il messaggio della tua azienda viaggiava nell’etere tramite il buon Cesare Cadeo col suo sorriso madreperlato su carnagione mogano, circondato da aspiranti veline seminude… Ma non solo, altre aziende hanno scelto a rappresentarli una manciata di operatori telefonici rumeni pagati in rubli e buoni pasto.

Molto presto anche le aziende italiani dovranno misurarsi con i propri clienti, difendendo a spada tratta la propria reputazione nell’etere… Cesare Cadeo non potrà aiutarvi!

Dicevamo che è difficile quantificare i ritorni della comunicazione binaria 2.0, dipende dal prodotto/servizio in questione, dalla preparazione di chi ci lavora, dalla capacità di toccare la sfera emozionale dell’interlocutore, quindi dalla strategia messa in campo! Ma una cosa è certa, le aziende saranno molto più esposte alle opinioni della Community, siano essi clienti fidelizzati o semplicemente allegri burloni in vena di rompere le scatole. In fondo, lavorare a queste nuove strategie implica tempo e una visione chiara; tecnicamente, quest’approccio non si differenzia molto dagli investimenti pubblicitari canonici fatti a urli e monologhi, ma il vantaggio è che con i Social Media si ha un riscontro immediato ed un dialogo autentico su cui poter costruire strategie mirate e durature.

Il genio va liberato dalla lampada.

Ma i preti Funky non si limitano a semplici constatazioni, sono proattivi e accorrono in vostro aiuto con consigli concreti.

Un dialogo virtuale è pur sempre un dialogo, e segue i principi base della comunicazione personale. Magari siete esperti del settore e troverete la cosa piuttosto semplicistica per le vostre corde, eppure pensiamo si debba partire (o ripartire) dalle basi, dalle cose semplici e questo è quello da cui partiremo.

Cosa è la comunicazione? Cosa implica?

comunicareInutile scomodare consulenti/guru da mille dollari l’ora; chiedete a chi fa della comunicazione emozionale il suo pane quotidiano. Come Lucia Pennisi per esempio, geniale e creativa educatrice con esperienze teatrali e di animazione alle spalle. Lucia lavora con i bambini e un bel giorno, esausta di sentirmi elugubrare concetti complessi per spiegare cosa volessi fare, mi spiegò FunkyRev con una semplice favola “La zuppa di Sasso” dicendomi che così i suoi bambini l’avrebbero capita e ci si sarebbero pure appassionati molto di più.

Lucia vi dirà che esistono cinque assiomi fondamentali su cui si basa ogni comunicazione personale:

1) Non si può non comunicare

2) Esiste una comunicazione verbale ed una non-verbale

3) Nella comunicazione c’è una punteggiatura e degli eventi

4) Nella comunicazione c’è un aspetto di contenuto ed un aspetto di relazione

5) La comunicazione è simmetrica o complementare

Da questi partiremo, analizzandone uno alla volta e portando esempi concreti di applicazioni pratiche nei Social Media. Alla fine di questa saga, speriamo di riuscire a fornirvi un mini-Manuale pratico sulla “comunicazione personale” e qualche strumento ed ispirazione in più per “liberare il vostro genio dalla vostra lampada”… e rimettete in naftalina il buon Cesare Cadeo ;-)

 

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo II

16 mar

II. Parola d’ordine: stupire!

 

“L’americano medio è esposto a 3000 messaggi di marketing ogni giorno. […] Due terzi dei consumatori si sentono <<costantemente bombardati>> da troppo marketing e pubblicità. […] Il mondo della pubblicità sta reagendo ad un madornale inconveniente, la divergenza tra i dollari e le pupille. Ciò affascina e spaventa perché tutto ciò che eravamo abituati a sapere e a fare non funzionerà più.”

Kevin Roberts (CEO Saatchi & Saatchi), The Economist, 2/2/2005

All’interno del marketing non convenzionale si riscontra un fenomeno che, a prima vista, pare diametralmente opposto a quello esposto nel precedente capitolo, ma che invece poggia sulle stesse basi. Si tratta della realizzazione di pubblicità o eventi atti a shockare il consumatore, grazie all’alta visibilità, all’originalità e alla risonanza mediatica. Ovviamente, questo strumento è accessibile solo per le grandi aziende, eppure è tutt’altro che impersonalenikeparkergiusto o di massa (nell’accezione peggiore del termine). Anzi, l’event marketing (pubblicità come evento) crea un rapporto particolare, a volte molto stretto, con il passante, cioè il potenziale consumatore, sempre con l’intenzione di stupirlo e quindi entrare di prepotenza nel suo inconscio.

Per festeggiare la vittoria del campionato NBA, ad opera dei San Antonio Spurs, la Nike decise di vestire la Statua della Libertà di Parigi con una copia esatta della maglia di Tony Parker, giocatore simbolo della squadra. L’operazione, però, non era stata autorizzata, e il conseguente intervento di pompieri e polizie durò ore sotto gli occhi divertiti della folla. La foto fece il giro del mondo… Con buona pace della Nike.

Non c’è bisogno di far entrare in causa simboli istituzionali e monumenti nazionali per colpire il ricevente col proprio messaggio: a volte basta la cosa più logica, ovvero una dimostrazione pratica della giustezza (o presunta tale) di ciò che l’azienda pensa o produce.

Ed è sempre la strada, il medium più quotidiano, il portatore di questi esempi. A Vancouver si sono registrati due casi di pubblicità estremamente efficaci e dai costi contenuti.

Il primo riguarda l’azienda 3M la quale, per dimostrare la robustezza del suo nuovo vetro antifurto, pose una sorta di cartellone pubblicitario trasparente, contenente 3000 banconote da un dollaro. Chiunque fosse riuscito a rompere il vetro 6a00d834539a3069e200e54f4916298834-800wiavrebbe potuto portar via i soldi, assolutamente indisturbato. Ma nessuno ci è riuscito!

 

Sempre nella cittadina canadese è apparso un cartellone della società di sicurezza Black Tower  ricoperto di oggetti facilmente accessibili ai passanti., Dopo poco meno di 48 ore erano stati sottratti abbastanza elementi da far comparire il messaggio: “People steal” (La gente ruba). Slogan chiarissimo, semplice, potremmo dire lapalissiano, ma reso forte dalla dimostrazione pratica, che porta tanti consumatori a fidarsi dell’azienda con una spesa minima.

 

Cosa fare, quindi, per far centro nella mente del pubblico? Sfruttare l’aspetto emozionale, ilblacktower linguaggio ironico, frizzante, capace di commuovere –nel senso originario del termine, commovere, ovvero indurre e provocare!

Così si veicolano efficacemente i valori dell’azienda, possibilmente attraverso un marketing diretto (o, meglio, one-to-one) e la comunicazione inaspettata, da svilupparsi negli spazi insoliti, inutilizzati, dove il singolo si aggrega ed è disponibile all’ascolto.

L’ambiente diventa il messaggio con cui veicolare e dare visibilità a un brand. Questo permette all’azienda di essere vicina, azzerando lo spazio che nelle normali campagne si estende nell’etere, il quale tende a “sparare” nel mucchio, e sviluppando al meglio l’effetto sorpresa.

Gli altri capitoli della Saga: La Strada come Medium

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo I

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo III

 

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo I

10 mar

Capitolo I: Dal macro al micro!

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“Guerrilla Marketing sfrutta il bisogno di novità dei mezzi di comunicazione e la permeabilità dei suoi meccanismi per promuovere idee, marchi o prodotti. Guerrilla Marketing programma ed inocula nel sistema media virus memetici in grado di auto replicarsi […] a vantaggio del successo di una singola impresa: la tua.”

Dal sito ufficiale del Guerrilla Marketing, www.guerrillamarketing.it

Ti avvicini allo sportello Bancomat per effettuare un prelievo. Stai per inserire la tessera quando il tuo sguardo è attirato da qualcosa: vicino alla fessura c’è un adesivo, posto da mano ignota, su cui campeggia la scritta Ti stanno spiando – Questa transazione è sotto controllo e, sotto, l’indirizzo di un sito Web.

Questo è stickering.

In un mondo dove i media tradizionali sono saturi di messaggi pubblicitari (investimenti per 400 miliardi di euro nel 2008), il consumatore è diventato esigente e sempre meno raggiungibile attraverso le vecchie strategie di marketing. Sebbene la maggior parte degli investimenti siano utilizzati per spot televisivi e inserzioni pubblicitarie sui giornali, la gente semplicemente non li guarda. Eccessivi bombardamenti di informazioni per un lasso di tempo troppo lungo, ed ora cogliere l’attenzione del singolo è divenuta un’azione sempre più complessa per i marketer. Pensare di comunicare in modo classico in un mercato così diverso al suo interno, che cresce sempre più e si evolve, è sicuramente inadeguato ad una società che muta in continuazione con estrema rapidità. Bisogna cercare di attrarre il target, ribaltando le strategie del fare comunicazione; non è più il prodotto che attrae il consumatore, ma viceversa.

Come è realizzabile ciò? Portando il brand a contatto con la gente.

Questo vale tanto per le grandi aziende transnazionali quanto per le piccole attività, ed è in quest’ottica che nasce il guerrilla (o street, o ninja) marketing, di cui il sopracitato stickering è un esempio. Presenta caratteristiche simili un fenomeno nato da un gruppo di artisti newyorkesi e che, a detta degli analisti americani, potrebbe fare proseliti anche tra le aziende più innovative. Si tratta del reverse shoplifting, cioè taccheggio al contrario. Quest’azione consiste nel riportare di nascosto sugli scaffali di un supermarket prodotti precedentemente acquistati, con una piccola aggiunta: al posto dell’etichetta originale viene incollato un adesivo con la pubblicità della propria attività, che gravita principalmente nel settore dell’arte, della comunicazione, della grafica e della fotografia.

Un adesivo è una soluzione semplice ed efficace. E’ di dimensioni estremamente ridotte rispetto agli antiestetici 6×3 che campeggiano ovunque, in particolare durante i periodi elettorali, ma non per questo si fa notare meno ai nostri occhi. Con una spesa minima rende possibile raggiungere il nostro target nella quotidianità, mentre cammina per strada, permettendo dunque la memorizzazione e riconoscibilità del marchio, anche se spesso non è chiara la sua collocazione merceologica.guerilla-marketing

Si può ricordare a questo proposito la campagna della marca d’abbigliamento A-Style, iniziata con l’affissione di sticker per le vie italiane e non. Gli adesivi rappresentavano solo il curioso simbolo dell’azienda, una A con due puntini (due figure umane in posizione –diciamo- tantrica…), di difficile decodificazione fino a che non è apparsa nei negozi questa linea di vestiti.

Essendo possibile attraverso questa tecnica l’ottenere visibilità intensiva e subliminale, è una strategia usata non solo da aziende underground e di nicchia, ma anche dal singolo utente, che vuol rendere pubblico un proprio sito, un’associazione, un partito, un’iniziativa… o anche solo una frase ad effetto. Parrebbe un ritorno alla micro pubblicità, quasi un richiamo delle figurine e delle cartoline che ci si scambiava tra Ottocento e Novecento, e non si è limitato al mondo reale, ma ha trovato un parallelo anche nella virtualità del Web.

Alex Tew, 21 anni, vive a Cricklade, una cittadina del Wiltshire, in Gran Bretagna, ed ha bisogno di soldi per frequentare l’Università. E’ un giovane creativo che vuole trovare un nuovo modo di fare pubblicità su Internet, poiché quella cartacea sta morendo e la programmazione televisiva è talmente satura di spot da essere divenuta sgradevole. Ha quindi l’idea di creare una pagina Web statica, dove a ogni inserzionista vengono garantiti almeno 5 anni di permanenza online del proprio messaggio. Dovendo mantenere la pagina fissa per un periodo così lungo e tenendo conto di quanto poteva costar4gli una simile operazione, Alex decide di far pagare un dollaro a pixel, con un modulo dal costo minimo di 100 dollari (10×10 pixel), venduto attraverso un sito di aste online.

L’idea è totalmente in contrasto con la pubblicità che siamo abituati a vedere navigando sul Web, con irritanti banner multicolore che tolgono spazio alla pagina, o gli altrettanto fastidiosi pop-up che si aprono quando meno ce lo aspettiamo. L’intuizione fu quindi rivoluzionaria, ma tra i milioni e milioni di pagine presenti online correva il rischio di cadere nel vuoto, se non che fu proprio la sua stranezza ad attrarre i giornali dandone un buon richiamo mediatico e, complice il basso costo fissato da Tew, ebbe un enorme successo. Oggi ogni pixel di www.milliondollarhomepage.com è stato venduto; il sito merita una visita per l’insolito spettacolo che offre, una pagina completamente coperta di mattoncini colorati, con simboli e scritte difficilmente comprensibili e, proprio per la loro difficile decodificabilità,, il visitatore è portato a cliccarvi sopra, magari a caso. Il sito riporta il case-history di una ditta di marketing che ha visto il proprio traffico Web (e di conseguenza le vendite) impennarsi grazie ad un quadratino 10×10. Il giovane studente inglese può affermare di essere ampiamente riuscito a pagarsi gli studi, avendo guadagnato ben più di un milione di dollari grazie alla sua inventiva!

Gli imitatori, ovviamente, arrivarono a frotte, limitandosi a copiare l’idea e creando raramente qualcosa di originale. Tra i casi più interessanti c’è The Mile Wall, un muro virtuale di affissioni elettroniche, che attualmente supera i tre metri. Siccome il pixel advertising concepisce la pagina Web come una parete da riempire di adesivi, perché non creare un muro virtuale dove inserire qualsiasi tipo di messaggio? Non solo pubblicità, quindi, ma anche dichiarazioni d’amore, motti, frasi etc. The Mile Wall dovrebbe aver fruttato al proprio ideatore più di mezzo milione di dollari.

E’ stata scritta una pagina della storia di Internet, che potrebbe ben presto dissolversi nel nulla, nel caso l’originalità andasse scemando e, con essa, l’interesse degli inserzionisti. E’ bene però soffermarsi sui motivi di tale indiscutibile successo: è stato determinato non solo dal battage mediatico creatosi attorno al primo caso, ma anche e soprattutto da due elementi chiave, cioè semplicità e costo contenuto, lo stesso binomio che ha permesso allo stickering di farsi strada (pur essendo, ricordiamolo, una pratica illegale in molte città).

E’ la micro pubblicità che non offende la vista, non richiede ingenti investimenti, non passa per grandi campagne di marketing, non bombarda il consumatore: anzi, il consumatore stesso può metterla in atto, ponendosi in primo piano (ricordate? Il consumatore come agente proattivo).

In ciò sta il radicale mutamento sociale, nel fatto che possiamo essere tanti micro-imprenditori di noi stessi.

Gli altri capitoli della Saga: La Strada come Medium

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo II

La strada come medium, nuove strade per i media – Capitolo III


 

Comunicazione non convenzionale (esempi di crowdfunding)

09 mar

savetoby

This entire message served only as a mechanism to separate you from your money

Cosa è la comunicazione non convenzionale? E’ la summa di tutte quelle tecniche di comunicazione che si distanziano da approcci classici, e dai soliti canali mediatici. Sono tecniche che di solito nascono nell’ambito dell’Advertizing e che mirano a creare un forte feedback emozionale nelle persone; si tratta – generalmente – di messaggi che sfruttano innovazioni, colpiscono, e che cercano di andare a segno con consumatori sempre più refrattari ai normali messaggi promozionali.
Nel mondo reale (ma questo non ci interessa più di tanto :-) ) la comunicazione non convenzionale è spesso configurata attraverso una comunicazione non verbale, simbolica, che sfrutta metafore sessuali, e altre stimolazioni di forte presa.
Nei new media, ovvero in tutte quelle realtà che sfruttano canali come YouTube, Twitter, blogsfera e dintorni, può essere intesa come un messaggio che piace a pelle! Che ha un alto contenuto creativo ed innovativo! Che quindi rimane impresso nella memoria.
In sostanza qualunque Virale che funzioni ha le caratteristiche di una comunicazione non convenzionale.

C’è chi sostiene che campagne pubblicitarie virali, per quanto ben fatte, sono sempre poco incisive, se confrontate con la penetrazione che può avere uno spot pubblicitario classico su canale televisivo.
In realtà vi è una sostanziale differenza che occorre cogliere: un messaggio pubblicitario classico è strutturato per sparare sul mucchio, per poi verificare quanti telespettatori sono stati colpiti. Se si desidera vendere BMW questa tipologia di approccio è la più adegiata (almeno lo è ancora oggi, in futuro anche questo cambierà!), perchè il viral marketing per sua natura mira a coinvolgere, a fidelizzare; un progetto di business che si fonda su un virale, vuole sparare nel mucchio e colpire TUTTI! E naturalmente non tutti possono concedersi una BMW. :-(

Viceversa l’enormità della platea di intenet, e i costi di produzione contenuti che permette, sono il perfetto environment per iniziative di Distributed Business. Ovvero si cerca di essere originali nel messaggio e si chiede poco, anche pochissimo a tutti quelli che incontri. Spesso non si chiede neanche un ritorno monetario, ma semplicemente un click su un banner pubblicitario.

Due situazioni esemplari storiche sono la One Million Dollar Page, e Save Toby.

  • One Million dollar page al grido di “compra un pezzo della storia di internet“, ha generato un business enorme con un’idea semplicissima. Metto on line una pagina statica, semplicissima, divisa in tantissime aree di 1 pixel l’uno, e vendo un pixel a dollaro. Quale è quell’azienda che non investe poche decine di dollari per avere il proprio marchio su una pagina che è un effettivo virale? Tutti vogliono partecipare ad un’iniziativa così! Costo praticamente nullo, risultato: ci sei anche tu!
  • Save Toby invece sfruttava l’emotività come leva cardine, il suo slogan era “solo tu hai il potere di salvare Toby“. Ovvero un dolce coniglietto. Il creatore di questo vitale affermava che avrebbe cucinato e mangiato il coniglietto se non fossero giunte sufficienti donazioni. E di volta in volta metteva on line gli aggiornamenti del suo appettito, le foto di Toby, ecc… In questo caso l’intenauta è spinto a donare attraverso l’irriverenza del progetto e la compassione per il dolce coniglietto. L’atroce idea aveva addirittura focalizzato l’attenzione dei media convenzionali e delle associazioni animaliste. Cosa si può chiedere di più ad un virale?

Nel prossimo articolo (come realizzare una iniziativa distribuita) vi proporrò un esperimento di distributed business, una specie di compitino a casa da svolgere in 7 giorni. :-)

I risultati verranno resi evidenti sul blog e il ritorno economico restituito tra i partecipanti sotto forma di free drink!